The Farters Web
 

The Farters Live

 
Che vi avevo promesso? L’asfalto sotto i piedi arrostisce una Perugia vuota e senza vento; afa, caldo, umidità. La canicola spezza il respiro, la sera cala, l’aria ancora arde e la mente torna alle notti magiche dei giorni tiepidi di marzo, molto ad ovest delle nostre origini perugine. La Luna ci osservava allora, ci osserva ora e ci osserverà poi.
L’Universo, la Via Lattea, il Sistema Solare, la Terra, l’Europa, la Spagna, la Castiglia, Valladolid…el Tio Molonio.
Gente, un ingresso, 4 figuri chiedono dei soldi per entrare: 2 euro per vedere chi? I Farters? Boh, Va bè tanto ormai…rumore, tanto rumore, una rampa di scale a scendere, slalom tra la folla, ancora gente, tanta gente, ancora rumore, tanto rumore. La gente salta, salta sempre più in alto, sudore, tanto sudore.
Il palco.
La scena si apre davanti a me: è raccapricciante…non respiro…sono 4, muovono le anche in modo equivoco…ggghhhggg…cravatte, camicie che volano…voglio scappare…la folla è opprimente, allunga i tentacoli…tutto rimbomba, rumori distorti…le cinte dai pantaloni strisciano come serpenti, scarpe sfilate, calzini in aria…hhhhh…fumo avvolge il locale, Manson in sottofondo…nudi con il perizoma…il cuore in gola…non …ce …la… faccio… più…più…iù…ù…ù…ùùaaarrggghh…un perizoma mi piomba in faccia……………………………
Buio.
Silenzio, solo il respiro affannoso, il tambureggiante ritmo del cuore, tic tac fa la sveglia ed un magnetico rumore che sembra provenire da sotto il letto o dai quasar lontani per infinite distanze spazio-temporali, che si sente solo di notte, quasi impercettibile; i mobili fanno sentire la loro presenza con i loro scricchiolii, sudore impregna il corpo e, dormendo nudo, si spande sulle lenzuola. Il respiro si affievolisce, il cuore suona ora un reggea calmo e placido in sintonia con la sveglia: tic tac tic tac costante, immutabile. Un sogno, solo un fottutissimo incubo.
L’occhio si abitua all’oscurità ed ora distinguo bene gli oggetti nella stanza. Fuori un lampione proietta luce nella camera; luce che, filtrata dalla persiana forma una serie di strisce orizzontali sulla parete ed evidenzia una scritta indefinita: I’ll back…Dal reaggea al rock il cuore. Tutto frutto della fantasia? Sì, lo spavento, le ombre scure, le luci fioche e fredde hanno trasformato la realtà in semplici azzeccatissime coincidenze. Quella scritta non era altro che il manifesto del Tio Molonio. Di forma rettangolare col lato lungo sulla verticale, il cartello era diviso a metà da una linea orizzontale e sopra si indicava la data del 5 marzo con i Fuckadies, dalla Svizzera, la scritta confusa in precedenza; mentre sotto con bel 6 marzo, “italian punk band: The Farters”. Era forse meglio “I’ll back” con un coltello brandito con violenza nel mio stomaco? Morfeo già mi cullava e non mi posi mai più quella domanda. Ed era meglio dormire, la notte volgeva al termine portandosi con sé le ombre nere uscite dai pensieri più reconditi della mente. Il sole aveva già posato i propri raggi sulla città che frenetica, correva incontro al proprio futuro.
Era l’alba del 6 marzo 2003.
Vivo quel giorno con surreale ambizione del benessere, stando molto attento affinché la situazione neuro-vegetativa marioloniana e la centrifuga bloccata sul tasto “velocità smodata” dell’uragano Aimone, che dopo aver provocato morti e distruzione in Messico e in Florida stava dirigendosi in direzione cucina a fare razzia sul continente Frigorifero, già povero di per sé, non collimassero tra loro. Diego riusciva a mantenere la calma di un lord inglese che non si scompone nemmeno se un cingolato transita sulle proprie ginocchia, mentre Lorenzo è desideroso, smanioso, ansioso di uscire, di farsi travolgere dalla mondanità cittadina, dall’esplorazione delle vie, della gente, delle culture, dell’emisfero femminile. Su altri fronti della casa la vita scorreva quieta sotto gli occhi di ghiaccio del Colonnello venuto dal Salento ,fredda sì, col pugno di ferro sì, ma con un nucleo dolce indurito solo dalla coabitazione coatta con Bernardo il quale, quella mattina vagava per casa in evidente stato confusionale. In pigiama, con il foulard intorno al collo e gli occhiali si spostava da un ambiente all’altro rigorosamente a piedi nudi emettendo suoni gutturali; in poche parole faceva dei bei e sani ruttoni con la scusa di fare prove per la propria e delicata voce. Chiaramente altre specie in evoluzione all’interno dell’ecosistema casa, vedi Canizzo, rispondevano qua e là con altri rutti: sembrava di essere nella foresta preistorica al tempo dei dinosauri. Fatto sta che questo nuovo tipo di linguaggio funzionava: metteva in circolo le idee, i propositi e ben presto tutta la casa era attiva e viva. All’improvviso si vide, quello che sembrava solo un cuscino, un copridivano, a muoversi lentamente. Spunta una testa da quel sacco e anche Jacopo viene alla luce. Guarda dal basso verso l’alto il mondo come se lo vedesso dallo spioncino di un portone, divincola gambe e braccia per liberarsi del sacco a pelo: non riuscendoci strisciò per un metro e la prima frase che udì in questo mondo ostile fu di Mario, che disse “…che merda, Jap…”. Mario tornò allo stato neuro-vegetativo e Jap strisciò ancora per mezzo metro per sfuggire allo sguardo fisso rotuleo ossessionato del Tigno, cioè il mio sguardo.
Sfumiamo sugli attori di questa storia, vediamo la giornata che prosegue ignara del proprio destino, il pranzo, lo spostamento degli strumenti, il riassemblamento degli stessi, le prove, la sera. Shhhh.
Immagina di arrivare davanti al Tio Molonio, vedi la folla, i 4 figuri, aggiungo loschi: il rastone inflessibile, non sente ragioni, o paghi o esci, le ragazze ammiccano, ma non funziona. E chi prova a fare il furbo non sa che lo aspetta quello basso in cima alle scale, che magari lo vedi lì, uno scricciolo d’uomo, “ma io passo”. Si prima il bacino passa, nel caso degli uomini e poi la testa e infine le braccia. Le gambe le tengo nel caso riuscissi ad impiantarle al posto delle mie. Nel caso delle donne, prima il bacino…sulla guancia, poi…mi dispiace non si passa. Che pezzo de merda, eh eh eh.
Espletati tutti gli adempimenti del caso, scendi la rampa di scale, fai il solito slalom tra la folla e passi in mezzo a una marea di gente e il palco si apre davanti a te.
Poco più in alto, un ragazzo in calzoni, rossi, camicia blu e cravatta sta per esibirsi nel numero del clown. E’ in cerca del suo naso rosso ed ha una chitarra di colore chiaro tra le mani. Giro lo sguardo a sinistra e si vede colei che è l’emblema del circo: la donna cannone che ha rubato il naso rosso al pagliaccio. Anche lei ha qualcosa tra le paffute mani, un basso mi sembra. Il clown cerca di strappare il naso alla donna cannone, dribbla il microfono, si trova a tu per con lei, finta, doppio passo e la ubriaca con una veronica da campione. Le agguanta il naso tira, tira più forte ma il naso non viene via. E non viene via perché è vero il naso ed è rosso perché la donna cannone è già ubriaca e non per via della veronica. Cadono e finiscono a gambe all’aria, risate del pubblico e prende via il numero della scimmia vestita con maglietta e jeans: tiene in bilico i piatti con le mani e la bocca su aste lunghe 1 m, mentre con i piedi fa il rullo di tamburi. Un piatto cade in testa alla donna baffuta che si accende tre pacchetti di sigarette contemporaneamente. Ha una chitarra scura in mano e la barba le si imbriglia sulle corde e prende fuoco per i tizzi delle sigarette. Finita l’emergenza con l’intervento dei vigili del fuoco e l’accalappiacani, intenta a tenere a bada il Tigno al piano di sopra perché gli è sfuggito un non pagante (c’è anche l’FBI a tenere d’occhio i movimenti di Canizzo, Diego e Lorenzo), il clown da inizio al vero show. Il pubblico, già in delirio, emette un boato clamoroso, quando nota che lo show consiste nel tentativo di imitare un gruppo musicale punk. I risultati sono storici, il pubblico vuole questo e si scatena, le canzoni piacciono: da “Non mi fermerai” a “Frittocore”, da “Senza identità” a “Il Vecchio Capo” passando per “Torno in Corsa” e “Sono Confusa” fino a “Per te” o così credo si chiami (in tal caso scusate). Striscioni, folla che aumenta anche di fuori. Il tutto è filmato con la telecamera di Jacopo.
Le canzoni scorrono via con naturalezza, le cover per eccitare ancora di più il pubblico,da “Blietzrieg Bop” per eccitare il Tigno, a Stand by me, tanto per citarne alcune. Delirio totale al piano di sotto fino al momento clou: l’assolo di Aimone.
L’assolo di Aimone meriterebbe uno spazio suo, una nuova rivista scientifica. Ragazze si sono suicidate per lui in seguito. L’assolo di Aimone, improvviso, inaspettato, aveva paura di farlo, lo temeva. Lo ha fatto, era strafatto: nasce la leggenda di Aimone e la sua batteria. E’ l’apoteosi. Il delirio.
Al piano di sopra va in scena il business: incassati 280 euro: gli affari vanno a gonfie vele.
Termina il concerto: i Farters sono ormai stelle assolute: venduti cd e spille, Aimone corteggiato da stangone americane, autografi, complimenti dal gestore, l’FBI si complimenta con Canizzo, Mario si complimenta da solo, il vino si complimenta con Diego, Lorenzo ha gli ormoni in piena orbita lunare, Bernardo ottiene le chiavi della città e pensa pure che con esse potrà entrare nelle case di tutte le ragazze, Jacopo ancora non sa come ha fatto ad uscire dal sacco a pelo e il Tigno, bè il Tigno è ancora in preda allo shock da guardia del corpo: nessuno esce, nessuno entra. Sangue sulle pareti, una testa al posto del pomello in cima al corrimano della scala ed una fuga tutto nudo verso la libertà della notte…con i 280 euro, s’intende.
Dal Tio Molonio a Valladolid, alla Castiglia, alla Spagna, all’Europa, alla Terra, al Sistema Solare, alla Via Lattea… all’Universo.



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