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FARTERS TOWN - Solo contro tutti

 
SOLO CONTRO TUTTI
Toc Toc.
“Chi è?” Arma puntata verso la porta.
“Il p p pasto che mi avevate chiesto, s signore.”
“Entra.”
Donna Diletta entrò e posò il vassoio sopra il tavolo, con movimenti controllati.
El Tigneros era seduto sulla vasca piena d’acqua. Il colore dell’acqua si era fatto marrone scuro scuro ed i panni sulla sedia emanavano un fetore talmente insopportabile che lo sterco di cavallo a confronto aveva il profumo di una rosa. Il fetore veniva ora contrastato dall’odore succulento del cibo: scodella di fagioli cotti, un pezzo di carne al sale, una pagnotta di pane e una bottiglia di vino.
Leggeva nello sguardo di Donna Diletta la irrefrenabile voglia di andare dallo sceriffo. Il tempo stringeva, appena ella uscì e chiuse la porta, lui si alzò avvertendo le fitte di dolore provocate dalle ferite. Si asciugò a malapena e rivestitosi in tutta fretta non badando alle lacerazioni corporali, si avventò sul cucchiaio di legno nel vassoio e divorò per quel che era possibile quel pasto che da molto tempo non era così abbondante. La voracità era tale che gran parte del cibo terminava la propria corsa a terra o sui vestiti. Un sorso di vino.
Si avvicinò alla finestra pensando “Brutta troia che vino di merda m’hai fatto bere? Piscio di cavalla ha miglior sapore, per tutte le puttane del Texas”. Nell’aprire la finestra, con fare molto delicato, vide per un istante un luccichio indefinito e non capì esattamente da quale finestra dell’edificio di fronte provenisse. Ebbe paura, ma rischiò ugualmente. Dopo essersi accertato che nessuno fosse in strada, aprì la persiana: un attimo che fermò il tempo. Un ferm’immagine infinito nel tempo, con un silenzio che sfondava i timpani. Non successe nulla, non ci fu alcuna reazione al gesto di apertura della persiana. Un gesto semplicissimo, aprire una persiana è un gioco da ragazzi, nella quotidianità della vita è quasi scontato e privo di qualsiasi interesse. Ma qui ai confini della realtà si camminava sul ciglio dello strapiombo, sospesi fra la vita e la morte e questa era una quotidianità ben più insignificante di quanto si possa immaginare…lì. Ma quando te la trovi di fronte, la quotidianità può anche andare a farsi fottere se aprire una persiana diventa difficile come sollevare il mondo mentre componi in endecasillabi sciolti. Il luccichio non c’era più. Quel temuto luccichio, chiave di tutte le paure del Tigneros, fonte luminosa di ancestrale bellezza, una stella venuta a far visita al pianeta Terra. Già, il luccichio non c’era più: e allora? Questo che cosa cazzo significa? Ora Tigneros me lo devi spiegare. Che ti è andato in putrefazione il cervello? Forza Tigneros, ragiona. Non sarai mica bravo solo con la pistola. Allora te le schiarisco io le idee, non vorrai mica morire come uno stronzo borghesello buono a nulla? Eh?. E allora falle girare le rotelle, qui siamo nella merda. Hai aperto la persiana, ma bravo. E noi invece abbiamo chiuso. Chiuso con tutto. Se non sei già morto è questione di secondi. Ancora non capisci? E va bene: non sarà mica che quel luccichio fosse provocato da una pistola che rifrangeva la luce solare? E com’è possibile, visto che il sole è proprio davanti a noi, dietro l’edificio da qui proviene quel luccichio maledetto? E che ne so io, potrebbe essere uno strano gioco di percorsi di luce. E se quel luccichio non c’è più, non vuol dire che non ci sia più quella ipotetica canna di pistola puntata dritta dritta sulla tua testa, magari sul tuo occhio destro. Pensa Tigneros, c’è qualcuno al di là del cordone ombelicale, pronto a strappare la linfa vitale della tua misera esistenza? Ma ora che importa, il peggio è fatto. Sei spacciato. Morto. Sepolto. Cancellato. Terminato.
No, così non poteva funzionare, El Tigneros stava perdendo decisamente il controllo. Doveva regolare i vaneggiamenti della sua mente. Ne stava uscendo pazzo. Doveva agire d’impulso, come faceva quando estraeva la pistola dalla fondina con la velocità d’un battito di cuore. Zittire la vocina dentro che non faceva altro che confondergli le idee. Era sul punto di non ritorno: se la racconti domani, sei una pellaccia mica da ridere. Mise in moto le gambe. “Ma vaffanculo, mi sto cacando sotto, maledetta città di merda” pensò mentre scavalcava il davanzale della finestra. “Prima me la filo e meglio è, tanto morirò mangiato stanotte dagli sciacalli. Che bella fine, eh? La saga del Tigneros si conclude nella merda di uno sciacallo. Che poi si seccherà e le mosche ronzeranno intorno ai resti di quello stronzo del mio cadavere con gli avvoltoi pronti a fare anche loro lo spuntino. Che si fottano loro e tutta questa sporca città”. Questi borbottamenti tenevano a bada la fastidiosa insistenza della voce della mente e lo aiutavano a mantenere la calma e camminando sulla tettoia del portico senza fare granché rumore, girò l’angolo della locanda. La tettoia proseguiva per altri 10 pollici.
No era successo nulla, la paura era passata, insomma passata era una parola, diciamo che si stava lentamente trasformando in energia pura alimentata da buona, sana e incosciente scarica adrenalinica. Su questo lato della locanda c’era una via stretta ma deserta. In effetti sembrava una città fantasma e lo era visto che la maggior parte degli abitanti era morta o fuggita. Notò tuttavia del movimento in una bottega non lontana. Teneva d’occhio tutta la via. Poi diede un ultimo sguardo alla via principale e focalizzò la vista su Donna Diletta che con passo affrettato si dirigeva verso l’ufficio dello sceriffo. “Ci avrei scommesso tutto l’oro di Los Angeles”.
Allora tornò a concentrarsi su se stesso e, giunto alla fine della tettoia si lasciò cadere. Tre secondi per riprendersi dal breve, ma non troppo, volo. Corse, se un passo andante veloce poteva considerarsi corsa, a nascondersi vicino alla bottega, che aveva annessa pure una stalla, sull’altro lato della strada.
Lo sparo.
Il vecchio Diego Touzone era nato in quella città e ha sempre vissuto là. Ereditò il mestiere di fabbro dai genitori e ce n’erano di cavalli da ferrare e, fino a che la città era tranquilla e popolata, gli affari erano fiorenti. Ormai i fasti di un tempo si percepivano solo dai vecchi edifici, peraltro ora fatiscenti. Uno sparo per Diego Touzone significava che tutto era nella norma. Intendo quella sensazione di sicurezza che solo chi è parte integrante di un luogo sa capire. Certo, uno sparo è uno sparo, ma lì uno sparo non significava nulla. Quella città, per Touzone, era tutta la vita, un figlio cresciuto ed educato e viceversa. Bisognava viverla quella sporca città, senza farsi domande, senza scappare, senza avere paura, senza sentire il bisogno di beccarsi una pallottola tra le ciglia per fare il cacciatore di taglie. Doveva amarlo proprio quel paese dimenticato da tutti, dove non transitava più una diligenza da tempo immemore, dove la corruzione e l’ipocrisia avevano incrostato le pareti delle case.
In quello stesso preciso istante di tempo, al saloon, unico luogo dove c’era parvenza di vita quasi automatizzata, le mani di Simon si erano bloccate e non danzavano più sui tasti del pianoforte. Mark aveva riposto sul pianale il bicchiere che stava pulendo con lo strofinaccio, le donne paralizzate come il povero sceriffo Bernard, Righington troppo ubriaco per avere una reazione plausibile alla situazione. Jack, nell’ufficio dello sceriffo Bernard, dove lo sceriffo Bernard non c’era quasi mai, che si era inconsciamente affacciato in strada e ancora ha negli occhi lei che cerca di trascinarsi con le unghie, ma dopo un sussulto disperato di vita intensa quanto l’intera esistenza passata, si fermerà per non muoversi mai più. Bagagli, beh Bagagli si contorceva in lamenti sguaiati come per cercare di comunicare qualcosa senza sapere bene cosa dire. Diego Touzone: Diego Touzone continuò, senza nemmeno avere un accenno di sorpresa con alone di spavento, a pulire lo zoccolo posteriore della zampa destra di uno dei tanti cavalli di Simon. “Qualcuno se l’è cercata. Dai retta a un vecchio scorbutico come me” rivolgendosi al cavallo, “qualcuno se l’è proprio cercata. E non venissero a piangere da me…io faccio solo il mio lavoro e mi scolo solo una bottiglia di whisky al giorno. Sissignore se l’è cercata e chiunque sia, non la racconterà di certo. Non gliel’ho mica detto io di and…”
“Dacci un taglio vecchio bisbetico scola bourbon, puzzi di alcool a tal punto da far scappar via strillando come una sgualdrina isterica pure un bubbone di peste.” El Tigneros si era intrufolato nella stalla con una facilità incredibile. Touzone non si sarebbe accorto nemmeno se gli avessero calato i pantaloni e lo avessero sculacciato con il ferro rovente. Sciolto il nodo che legava il cavallo più nascosto, senza farlo imbizzarrire gli saltò in sella, lo spronò e fatto qualche passo interruppe i farneticamenti del vecchio. Gli mollò un sacchetto di denari: “Compraci dei sigari e del whisky”. “Hey, grazie amico..” raccolse il sacchetto, “…Brutto figlio di puttana, qui ce ne saranno talmente tanti che mi ci compro tutte le bottiglie della contea”. Ma il Tigneros in sella al cavallo aveva svoltato seccamente a sinistra e di lui rimase solo la nube di polvere lasciata alle spalle. “Eh eh eh” sghignazzava Diego Touzone.
Il sole stava calando. El Tigneros stava per uscire dal paese. Le cose stavano andando peggio di quel che pensava. Non sapeva chi c’era in città. Lui si era imbattuto solo con i gestori della locanda e col vecchio fabbro. Mark Sani era lì, Simon Romizinsky era lì. Aveva capito solo che era venuto nella città sbagliata e sperava di non tornarci mai più. Era solo contro tutti.
Non sapeva che tutti i suoi nemici sapevano della sua toccata e fuga in città, ma era contento di essere riuscito a scappare e lui non si rendeva conto da chi era scappato: era vivo. Quella città lo aveva spaventato in maniera profonda: forse era un presentimento, la sensazione che c’era qualcosa che andava oltre la sua immaginazione. E non era per quella foto alla locanda, ne aveva viste troppe da provocargli appena un prurito sotto il mento. E troppe volte era scampato a situazioni ben più intricate. Ma serpeggiava nell’aria qualcosa di misterioso, era diverso questa volta. Moltitudini di pensieri, misteri, interrogativi. La gola si strozzava, cominciò a sudare, la testa girava prima per un verso, poi per l’altro,la vista si faceva sfocata. Stava perdendo le forze, i muscoli si indurivano e si afflosciavano. Stava venendo meno.
Mentre, uscendo dalla città, qualcuno lo vide e lo riconobbe. Il barbiere e uno scagnozzo di Simon. Mentre Paul Castleline portava via il corpo di Donna Diletta, mentre Mark Sani pompava sangue ad una velocità esasperata e stava per esplodere di rabbia, qualcuno riconobbe El Tigneros. “Scappa Tigneros, scappa. Aggiustami meglio il pizzetto, Tom”.

El Tigneros ormai era lontano, ed erano lontane anche le più minime ed istintive reazioni riflesse del corpo umano. Si lasciò scivolare nell’ombra, un manto nero lo avvolse, la criniera del cavallo si avvicinava a lui, mentre gli occhi facevano calare la buia notte. Era svenuto sopra il cavallo. Ormai era notte e la temperatura stava calando, il cavallo andava ancora al trotto; El Tigneros non resse più l’involontario equilibrio e cadde al suolo. Ora era solo anche contro se stesso, col cavallo fermatosi nelle vicinanze, che non lo abbandonava. Poteva essere una consolazione?

Mark Sani era convinto che c’entrava El Tigneros, pensava che solo lui fosse così spietato, che un colpo in testa così preciso fosse la sua firma. Colpire la graziosa nuca di una donna e Donna diletta era proprio graziosa, di carattere forte e deciso, ma veramente graziosa, l’impicciona moglie del rilassato Paul. Mark non avrebbe cambiato idea neanche se avesse visto di persona la mano che premeva il grilletto.
Tempo per pensare: zero. Il Tigneros doveva essere nelle vicinanze, ma dove? Cominciava la caccia all’uomo, ma setacciare tutta la città era come trovare un ago in un pagliaio.
La razionalità poi tornò a prendere il sopravvento e Mark, lì in finestra, la stessa finestra che aveva scavalcato il nemico, si accorse di piccole macchie di sangue sulla tettoia, che prendevano la via dell’angolo della casa, verso destra. “E’ andato da quella parte, è andato da quella parte”. Si voltò e travolse persino Bernard che era dietro di lui.
In strada Jack correva verso la viuzza. Mark piombò fuori dalla locanda e gridò a Jack: “Vuoi farti ammazzare?” Jack si fermò prima di girare l’angolo. “Questa è la mia battaglia, tu non c’entri niente”. Simon osservava ancora in silenzio, uno sguardo verso solo lui sapeva dove, poi uno verso Bernard, anch’esso sceso in strada. Allorché lo sceriffo si avvicina a Mark Sani: “Datti una calmata o sarò costretto a rinchiuderti in galera”. Mark non capiva. Non si poteva perdere tempo: sbottò.
“ Io me fotto della legge corrotta di questa città. L’ho riacciuffato, voi non sapete neanche il motivo del perché c’è una taglia sulla sua testa. Ho un conto in sospeso con quel cane”. Lo sceriffo Bernard, marionetta nelle mani del fratello, tentò un diversivo per distoglierlo: “Ma non pensi a tua figlia?” Bernard cercava di curare anche i propri interessi. “Lascia stare mia figlia, lurido pezzente, ho visto come la guardi! – “Ora basta, passerai la notte al fresco, ti rischiarerà le idee”. Bernard fece per mettergli le manette. Con uno scatto in rotazione, Mark gli molla un destro in piena faccia. Una rotazione che sprigionò la potenza di una esplosione di dinamite. Lo sceriffo fu colto da improvviso annebbiamento, ondeggiò per qualche secondo, il mondo gli girava attorno. Vedeva le facce dei presenti in maniera distorta: Jack sembrava quasi felice e soddisfatto, Mario si mostrava eccitato ed ebbe una specie di impulso di violenza sfrenata. Avrebbe voluto prendere la rincorsa e mollare un altro pugno al viso malforme dello sceriffo e poi un calcio nelle palle a Simon. Vedeva già i fratelli a terra, calcio nel volto cattivo di Simon, un altro ancora e un altro di nuovo. Gli avrebbe staccato la testa dal collo a morsi. Poi l’avrebbe mostrata a Bernard, gliel’avrebbe piazzata davanti alla faccia. “Questo è tuo fratello, stronzo. Dagli un bel bacio in bocca. Bernard si sarebbe rialzato e sarebbe scappato. Un colpo di pistola alla gamba sinistra, Bernard a terra; Mario si avvicina…spara all’altra gamba, poi a un braccio e lo sceriffo che implora di farla finita…e Mario ci prende ancora più gusto. Spara all’addome, poi all’altro braccio. Avrebbe chiuso con una frase ad effetto del tipo “Mi hanno detto che è pieno di belle donne e danno da bere dell’ottimo Rum…all’inferno”. Pistola in bocca, Bernard si dimena e piange, mentre perde litri di sangue. Bang…e la faccia dello sceriffo fu solo un ricordo. “Avevo un emporio che andava a gonfie vele. Siete arrivati voi e mi avete rovinato la vita. E’ quello che vi meritate, porci schifosi”. Tornò in sé.
Bernard cadde all’indietro come un pivello e rimase pancia all’aria, con gli occhi aperti che fissavano il cielo. Stava imbrunendo, ma ancora non si vedevano stelle nella volta celeste. Magari lo sceriffo ne vedeva eccome, ed erano simili a quella che portava indegnamente sul petto. Simon ebbe un gesto di stizza e nel vedere il volto compiacente di Mario, gli dà uno spintone che lo fa indietreggiare malamente. Il malcapitato cerca di non cadere aggrappandosi alla colonna del portico del saloon. Riesce a non cadere e, nell’ubriachezza molesta che lo aveva assalito, cerca di colpire Simon. Sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe fatto da vivo. Buon per lui che se prima era riuscito a non rovinare a terra, questa volta catapultò all’indietro tuffandosi goffamente nell’abbeveratoio dei cavalli. Decise di rimanere a mollo per smaltire la sbronza e far passare la vergogna.
Mentre Bernard era terra, Mark voltò l’angolo, cercava tracce del Tigneros, trovò una pistola puntata contro: “Allora la smettiamo di fare i bambini?” Disse l’uomo che puntava l’arma. Era Travel, scagnozzo di Simon, uscito da un minuto dal negozio del barbiere Tom. Travel avanzava, Mark indietreggiava di conseguenza. Simon mostrò soddisfazione. Poi si rivolse a Bernard: “Alzati e mettigli le manette, incapace!” Il fratello eseguì il compito, aggiungendo pure un “La pagherai molto cara”. Mark cominciò a strillare e a dimenarsi mentre veniva condotto in cella, dove avrebbe fatto compagnia ad Alex Bagagli, il quale non stava parlando più da diverso tempo. Mark inveiva contro Simon: “Bastardo, bastardo, perché? Tu non sai cosa c’è dietro, bastardo”. “Io so sempre tutto. Tu hai chiuso Sani, Hai chiuso in questa città. Sei sempre stato un problema. Fai parte del passato. Non hai più niente Sani, il saloon è requisito, tua figlia è requisita.” “Nooo, pezzo di merda, nooo. Aaaaaahhhh”. “Non mi devi interrompere quando parlo, hai capito, Sei merda, tu non sei nessuno. Nessunooo”. Pensò poi al Tigneros e borbottò: “Anche tu hai i minuti contati”. Tornò nel saloon aspettando il suo braccio destro Travel.
Mario era ancora nell’abbeveratoio, Paul Castleline riverso nel suo dolore infinito, Jack eseguiva gli ordini ma si vedeva da che parte stava. Le donne al piano di sopra ancora non si erano fatte vedere, ma Giordana aveva sceso le scale gridando “Papà”, piangendo. Correva verso il padre, ma Simon la bloccò per un braccio: “Lasciami bastardo”. Lui strinse ancora più forte. Lei gridò ancora verso il padre. Simon si voltò verso Mark; da dietro le ante della porta d’entrata del saloon fece un sorriso ironico. Mark per amore della figlia si fece trasportare in cella. La chiave girò due volte. Bernard disse: “Ora sta zitto e buono, pelatone rabbioso”. Mark si sentì, in quel momento, solo contro tutti.
I misteri si moltiplicarono. Si era scatenato un effetto domino devastante. C’era un rebus da risolvere, una partita a poker da giocare, ma ora Mark Sani vedeva il mondo da dietro le sbarre. Non era un dettaglio di poco conto.



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