The Farters Web
 

FARTERS TOWN - Destini incrociati

 
Osservava tutta la vallata dal ramo che fuoriusciva dalla parete rocciosa. La vista eccezionale faceva spaziare il campo visivo fino a distanze sconfinate e notava a terra particolari all’apparenza invisibili. Vide subito un topolino che vagava tra sassi e sterpaglie, in cerca di cibo. Lo osservò a lungo, poi spiccò il volo; la grande apertura alare la rendeva imponente, il piumaggio marrone, la testa bianca e il becco giallo a punta. Era bellissima, fredda, distaccata, puntava la preda e solo quella aveva in testa. Macchina perfetta e micidiale. Volteggiava in aria, dominava le correnti, cominciò la discesa, in picchiata verso il topo. I lunghi artigli erano lame pronte a offendere nella carne del roditore.
Uno sparo capovolse il mondo. Fu colpita proprio sotto l’ala. Cominciò a cadere in picchiata, il mondo le girava vorticosamente intorno. Le rocce, le colline, l’orizzonte, il cielo azzurro intenso si alternavano con velocità da capogiro. La fuga verso il basso era diventata sgraziata, incontrollata e le rocce si facevano sempre più vicine. Toccò terra con un tonfo sordo, non era ancora morta, ma aveva il collo spezzato e poteva osservare solo un angolo della parete da cui si era lanciata e sopra di essa l’intensa e profonda colorazione di un infinito blu. Il cuore le batteva forte, non muoveva più le ali. Dominava i cieli, era la regina, ora era meno di niente, ferita, inerme. Da predatrice a preda. Magari immaginava il topo che sghignazzava, anzi rideva proprio con gusto, se la faceva sotto dall’ilarità della situazione. Poteva anche avvicinarsi al becco del volatile e guardarla negli occhi. Nei quali poteva osservare un mondo ben più grande di quel che immaginava. La vastità delle terre, la freschezza delle alte quote, l’onnipotenza. E poteva leggerle il dolore, quegli occhi glaciali, freddi, vitrei, che si andavano spegnendo, intrappolati in una morsa invisibile che la tratteneva a terra. E lei lo poteva osservare ridergli in faccia, piccolo essere che viveva nascosto tra le rocce, che della piccolezza e della velocità dei movimenti ne aveva fatto un’arte. Vivere scappando, e spesso non farcela a rintanarsi in qualche buco. Poi magari il topo si sarebbe allontanato e avrebbe continuato la propria vita sperando di non essere mangiato il giorno dopo.
Intanto il predatore di lei le stava addosso, le era quasi sopra: l’uomo. Non era ancora morta. Le riservarono un colpo di pugnale in pieno petto. Trasalì con un sussulto da regina decaduta e vide tutto nero.
Si risvegliò improvvisamente, era tutto sudato, sdraiato supino e di fronte aveva il dolce viso di una ragazza.
“Finalmente ti sei svegliato”.
“Ma, che sta succedendo, che cazzo di sogno che ho fatto”.
“Sei al sicuro ora, uomo bianco. Ti abbiamo raccolto la scorsa mattina, giacevi a terra accanto al tuo cavallo. Ti abbiamo portato nel nostro villaggio, sei stato curato con le nostre medicine. Eri debole, avevi la febbre alta. Gli spiriti ci hanno aiutato a guarirti.”
“Aah, mi sento strano, non ci sto capendo nulla, porca vacca delle praterie, ma ma voi siete indiani?”
El Tigneros aveva più volte combattuto gli indiani ed ora era stato curato da loro. Cosa poteva pensare? Si sentiva come un fottuto lustrastivali senza mani. Indiani? E lo avevano curato? Per quale pepita d’oro lo avrebbero mai fatto?
“Sì, siamo indiani. Non ti preoccupare, ho letto nel tuo passato, ho visto quello che hai fatto nei confronti della nostra razza. Sono stata io stessa a volerti curare, fosse stato per loro, ti avrebbero già ucciso. Il tuo passato di bandito cela misteri. Gli spiriti mi dicono che devi vivere. Sei ricercato, ci sono degli uomini che ti vorrebbero vedere morto e anche tra di noi ce ne sono, te lo garantisco. Hai commesso tanti crimini, ma gli spiriti mi hanno detto che porti il peso di avvenimenti funesti, avvenimenti che ti hanno visto protagonista tanto tempo fa ed anche recentissimamente: ma non ti hanno visto colpevole, posso supporre. Per quel che ne so sei innocente, gli spiriti ce lo hanno fatto capire. Dicono che tu ci libererai dal male fatto persona, un uomo che infesta queste terre con i suoi uomini, seminando morte e terrore. Il suo nome è Simon Romizinsky. Ha già incrociato le strade del tuo passato. Ma c’è un’altra parte misteriosa del tuo passato, un altro uomo. Ma gli spiriti non mi hanno detto altro…El Tigneros, mandato a noi per salvarci. Devi raccontarmi il tuo passato uomo bianco per poter vincere il futuro”.
“Ma ma io, quel nome, sì lo conosco brutto figlio di puttana, ma che c’entra adesso. Sono confuso, dunque c’è Simon da queste parti? E sta in quella città da cui sono scappato? Ho un mal di testa da spaccare il centro della Terra”.
“Ti abbiamo curato con le nostre erbe e ti abbiamo dato degli allucinogeni per poter interagire con gli spiriti. Riposati ancora se vuoi. Io, Felicita Fiore di Giglio sarò sempre qui vicino a te. Si, Simon è il padrone spietato di Farters Town e di tutta la contea”.
“Quello laggiù chi è?”
“Quello laggiù? E’ stato difficile controllare le sue reazioni, voleva ucciderti, non sopportava l’idea di curare un uomo bianco che ha ucciso indiani. Lui è Canino Dente di Lupo”.
“Fallo venire qua”.
“Perché?”
“Se è vero quello dici, se è vero che ho un passato che ritorna a galla, non ho bisogno di altri guai, di altri nemici da combattere”.
Felicita Fiore di Giglio andò a chiamare Canino Dente di Lupo.
El Tigneros cercava di non crearsi altri nemici, anzi aveva bisogno di alleati. Lo aspettava un futuro intenso ed incerto e doveva concentrare a sé tutte le forze, anche quelle altrui.
Canino Dente di Lupo si avvicinò.
El Tigneros disse: “Senti..”
“No senti tu, non mi va giù di averti salvato la vita, sei bianco, hai ammazzato indiani, indiani come me, perché mai dovrei ascoltarti?”
“Tu ascoltami e basta: è vero che ho combattuto contro gli indiani, ma ascolta la mia storia. Mi avete raccolto, curato, rivelato cose del mio passato che sono vere. Mi si chiede di raccontare una storia che pensavo fosse morta e sepolta, ora ascoltami.”
A Farters Town intanto si preparava la cerimonia di sepoltura di Donna Diletta. Il Reverendo Don Diego si apprestava a leggere il sermone. Di fronte una piccola folla: c’erano tutti, Paul Castleline in lacrime, Lucy Workers, Glory Ann McFiever, Luzy Ziin, la prostituta del Saloon, Mario Righington, Giordana. C’era il vecchio Diego Touzone, Tom il barbiere, e c’era pure Simon Romizinsky senza i suoi scagnozzi. Al suo fianco il fratello, lo Sceriffo Bernard.
Il reverendo cominciò commemorando la povera vita di Donna Diletta, ma il suo discorso si incanalò subito sulla pesante aria che avvolgeva la città, del demonio che si insediava tra le vie di Farters Town. C’erano riferimenti a Simon? O forse erano segnali generali di una instabilità che avrebbe portato ad un’apocalisse, il cui epicentro sarebbe stato Farters Town. Era duro il reverendo, non poteva accettare di portare la voce del Signore in mezzo ad una crudezza di sentimenti, dove tutto si risolveva con la forza e la violenza. Simon non condivideva tali parole.
Poco più in là, nella cella dell’ufficio dello sceriffo, Mark Sani era in piedi e fissava il cielo dalla finestrella, immobile, carico di odio, sopraffatto da un uragano di emozioni contrastanti tra di loro: lo sceriffo, la figlia Giordana, Simon, la moglie Francesca, El Tigneros. Jack Gigliocrocquet cercò di introdurre il discorso per farsi raccontare quel passato che tanto tormentava Mark e Alex Bagagli prese al volo l'occasione per svelare una volta per tutte la verità. In principio Mark fu restio, ma Alex ebbe un sussulto, un’altra premonizione della vita del suo salvatore. Ne rimase scosso, passarono alcuni minuti e Mark riuscì a calmare Alex. Non era la prima volta che Bagagli ebbe tali premonizioni. Era per questo che lo credevano matto, ma i suoi vaneggiamenti avevano un fondo di verità, ed ora erano nitidi. Jack a bocca aperta. Mark si decise a parlare.
Mark: “Stavamo fuggendo dalla guerra civile, Giordana aveva solo otto anni. Su una carrozza avevo sistemato mia moglie Francesca e Giordana. Portavo con me anche Alex Bagagli,che avevo salvato da morte certa…”
Alex: “E te ne sono infinitamente grato. Vedi Jack, dopo aver perso la gamba rimasi in coma, e ricevetti un dono. Vedo fatti che non sono ancora accaduti, li vedo in maniera confusa, la gente pensa che sia pazzo, ma non lo sono. Accadrà la fine del mondo per Farters Town. Ne comincerà uno nuovo? Io non lo so”.
Mark: “Viaggiavamo da un giorno e mezzo e non avevamo incontrato anima viva, ma almeno ci eravamo lasciate quelle morte alle spalle.”
El Tigneros rivolto a Felicita Fiore di Giglio e a Canino Dente di Lupo: “Ero appostato sulle colline a est e scrutavo l’immensa distesa. Sapevo del passaggio di una diligenza che portava una cassa d’oro diretta a San Francisco. Attendevo con pazienza, dovevo attaccare con intelligenza, ero solo”.
Simon Romizinsky, ascoltando le parole del reverendo, venne assalito da una sensazione di pericolo, un brivido che percorse la schiena e che lo rese inquieto, come se avesse capito che riordinando il mazzo di carte, lo scenario futuro sarebbe stato il tragico destino che lo avrebbe travolto. Volse lo sguardo al fratello, e tornò con la mente all’inizio di tutta questa storia maledetta.
Mark: “Ad un certo vidi una diligenza in lontananza che avrebbe tagliato in diagonale la nostra strada. Ci avrebbe incrociato a mezzo miglio di distanza da dove eravamo ora”.
El Tigneros: "Intravidi in lontananza la diligenza, il momento era giunto, ancora dieci minuti e avrei sferrato l’attacco. Anche una carrozza percorreva la stessa strada della diligenza, ma non sembrava d’impiccio”.
Mark: “La diligenza si avvicinava, correva all’impazzata, poi vidi a sinistra un uomo, un bandito, volto coperto da un fazzoletto, cappello in testa. Con una mano teneva le redini del cavallo, nell’altra una scintillante pistola. Temei il peggio”.
El Tigneros: “Partii a testa bassa, ero pronto a tutto per quell’oro. Lanciato verso l’obiettivo, ormai avevo raggiunto il bassopiano. Mi accorsi che tra me e la diligenza, la carrozza poteva diventare un ostacolo. Pensai, però, che forse poteva essere un bene, un diversivo. Dalla diligenza cominciarono a sparare”.
Mark: “Eravamo in mezzo ad uno scontro a fuoco, dalla diligenza sparavano a raffica. Quel pistolero rispose al fuoco. Eravamo tutti coinvolti. Gli zoccoli dei cavalli alzavano un polverone tremendo.”
El Tigneros: “Ormai ero vicinissimo, loro sparavano, io rispondevo al fuoco. Colpii il cocchiere ad una spalla, cadde riverso su stesso e lasciò le redini dei cavalli”.
Mark: “La diligenza era senza controllo, ci venne quasi addosso, cercai di evitarla, cercai frenare l’avanzata dei miei cavalli. Dall’interno della diligenza uscì un uomo per cercare di riprendere il controllo del mezzo impazzito, aveva la pistola in mano, di certo non uno stabile equilibrio”.
El Tigneros: “ Vidi un uomo uscire dalla diligenza in corsa, con un colpo secco lo colpii in testa. Rimase per metà dentro la diligenza, mentre l’altra metà penzolava nel vuoto”.
Mark: “Eravamo stretti nella morsa delle diligenza e del pistolero, cercai di imbracciare il mio fucile, la diligenza urtò contro la carrozza, il fucile cadde a terra. Guardai la mia famiglia negli occhi. Erano terrorizzati, strillavano, non lo sopportavo. La diligenza, ripeto senza controllo, era riuscita, per cause fortunose sicuramente non nostre, per Dio, a frapporci fra essa stessa e il pistolero”.
Mark era in lacrime mentre rievocava la vicenda.
La funzione religiosa stava volgendo al termine, il reverendo proseguiva la campagna oratoria contro la malvagità che impregnava la città. Ma Simon vedeva solo labbra muoversi, era assorto da un pensiero fisso. Stava rivivendo quella scena. Era nella diligenza, davanti a lui il corpo riverso del suo scagnozzo, prese la pistola, si affacciò lentamente, mirò al pistolero.
Mark: “La carrozza stava per essere speronata. Da una parte vidi una pistola fuoriuscire dalla diligenza, dall’altra il pistolero col braccio teso”.
El Tigneros: “Non sparava più nessuno, dunque c’era solo il banchiere, Simon Romizinsky rimasto in vita nella diligenza che correva all’impazzata?. Non potevo vederlo, di fronte a me c’era questa carrozza che ostacolava l’arrembaggio. Ero spietato, ma non osavo sparare contro una donna e una bambina, anch’io ho il mio codice d’onore”.
Simon ripensò a quello spiraglio che si aprì tra se e il pistolero.
El Tigneros: “Per una frazione di secondo focalizzai la pistola pronta a sparare verso di me”.
Simon sparò e si tuffò in avanti coprendosi col copro senza vita dello scagnozzo.
Mark: “E poi partì un colpo e un altro ancora dopo che gli ultimi furono sparati da diverso tempo, ma il tempo si era fermato, per tutti noi. Francesca cercò riprendere Giordana che si stava alzando in piedi. Fu colpita alla nuca. Roteò come in passo di danza, mi voltai, cacciai un urlo senza voce”.
El Tigneros: “Quella pistola sparò, ma non colpì me , io sparai quasi in simultanea, forse colpii il corpo dello scagnozzo.”
Simon vide la donna catapultarsi dalla carrozza.
Mark: “Francesca rovinò a terra e rotolò fino a fermarsi faccia a terra, rivolta verso di me, col corpo tutto contorto. Sembrava che volesse salutarci per l’ultima volta, mi fissava, era senza vita. Tornava alla luce un altro passato che stavo cercando di rimuovere. Non scorderò mai quell’ultimo sguardo. Avrei fatto fuoco e fiamme per tutta la vita. Ovviamente non fu così, visto che sono finito a gestire uno squallido saloon in una squallida città di merda”
El Tigneros: “Quella donna cadde a terra, ma non fu il mio proiettile a colpirla, ne sono sicuro. Gli eventi, poi, precipitarono”.
Mark: “Non potei provare emozioni istantanee, era stato il pistolero ad ucciderla, ne ero sicuro. Poi la diligenza cozzò con forza contro la carrozza, ci ribaltammo, i cavalli caddero a terra. Travolgemmo il pistolero.”
El Tigneros: “La carrozza si rovesciò, mi travolse, caddi al suolo, il cavallo si era azzoppato. Quando mi rialzai la diligenza si stava allontanando”.
Simon rise con gusto per quella vittoria. Sapeva che il pistolero era il Tigneros. Lo gridò con tutta la voce che aveva in corpo.
Mark: “non capii più nulla, ero a terra, cercai Giordana con disperazione. Bagagli me l’aveva protetta nel volo a terra. Poi senti un grido di vendetta provenire dalla diligenza che si allontanava.
El Tigneros: “Dalla diligenza udii un urlo”.
Simon si ricordò una per una le parole gridate al pistolero: ^Tiigneeroos, ti ricorderai di me per molto tempoooo^. Quel tempo è giunto.
Mark: “Quel tempo è giunto. Quando mi alzai vidi il pistolero: il suo nome era Tigneros. Lo vidi salire in sella ad uno dei miei cavalli, rimasti illesi”.
El Tigneros: “Balzai in sella ad un cavallo della carrozza speronata. Guardai in faccia quel pover’uomo, il quale gridò parole sconnesse, ma capii solo il suo nome, Mark Sani si chiamava, che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non avrei cambiato il suo dolore nemmeno con il momento culminante di un’impiccagione, quando l’ultima esalazione di vita ti abbandona. Era tempo di ritornare fra le colline, prima riservai un colpo per terminare la vita sofferente del mio cavallo, amico di numerose avventure”.
Mark: “Si fermò di fronte a me, lo guardai in faccia, memorizzai ogni suo lineamento. Non me lo sarei mai dimenticato. Gli gridai ^Io, Mark Sani, ti rincontrerò un giorno, bastardo, bastardi tutti, poi lo vidi sparare al suo cavallo ed andarsene. Rimasi con un pugno di polvere in mano”.
El Tigneros: “Presi a correre verso le colline”.
Simon tornò a concentrarsi sulla cerimonia funebre. Era già finita, la gente stava tornando lentamente da dove era venuta.
Mark: “Rimasi a guardare il pistolero mentre scompariva oltre le colline. In quello scenario secco, giallo, arido, Francesca era morta, Bagagli teneva stretta Giordana. Un cavallo era a terra incastrato sotto la carrozza, non era ferito. Tutte le valigie sparse a terra. Quel giorno i nostri destini si erano incrociati. Ora sono tornati a rincontrarsi ancora e proprio quando lo ritrovo, quel furfante di Romizinsky ordina a quella marionetta di suo fratello di farmi rinchiudere in cella”.
El Tigneros: “Quel giorno i nostri destini si sono incrociati, e lo hanno fatto di nuovo, a quanto pare e la resa dei conti è dunque giunta”.
Simon sapeva che la resa dei conti sarebbe giunta, era quella l’apocalisse?, era lui il demonio?. Mark non sapeva che c’era lui nella diligenza.
Molti interrogativi rimangono ancora. Come fece Simon a impadronirsi di Farters Town, quale beffardo destino portò Mark in quella stessa città dove regnava il carnefice di sua moglie? C’è un filo logico secondo il quale El Tigneros è giunto lì inconsapevole di quel che c’era? E poi, chi ha ammazzato Donna Diletta? Quale sarebbe stato il ruolo di tutti gli altri? Solo pedine spettatrici della partita? E Farters Town sarebbe stata la scacchiera dell’ultima battaglia?
Destini incrociati, vite parallele, passati misteriosi. Il futuro si stava delineando.
Mark in cella. El Tigneros in un villaggio di indiani. Simon di ripiego verso il ranch.

Le campane suonarono a morto e per qualcuno l’ultimo sole sarebbe sorto.Per molti il giorno più corto, per altri un nuovo risplendente sole sarebbe risorto. Per tutti un sibilo spettrale flebile e distorto.



Per informazioni: info@thefarters.com