The Farters Web
 

Deliri, dolori e colori sonori

 
Parliamo di cazzate, che ne dite? Così potremo coinvolgere tutti, nessuno escluso. E a chi si sente intellettualmente elevato a miglior aspirazione socioculturale, il coro unanime dei compartecipanti alla sagra delle minchiate sarà un distensivo invito ad andare a farsi una mangiata di chiodi d’acciaio, conditi con grasso delle migliori vacche argentine.
E’ passata alla storia come la storia di una storia storta e distorta, un po’ contorta, ma abbastanza scomposta da risultare assimilabile senza controindicazioni o indicazioni di azioni di opposte fazioni senza razioni di buone ragioni impazzite nelle prigioni.
C’era una volta una volta celeste, ingrigita da mille tempeste, abbattutesi sulle teste nostre con animata passione per gli errori di una civiltà cresciuta con viltà e sprezzo per le cose che non hanno prezzo. E pezzo dopo pezzo, pazzo dopo pazzo, pozza dopo pozza, dopo una pizza alla cozza trovo una pezza di pizzo, e la sigaretta a sfregio ci stizzo. E la pezza si rivela a me con una carezza che la testa mi spezza e la storia si anima come ologrammi e non c’è nulla che io programmi in sharade e diagrammi; senza sentenza e con pazienza tiro la lenza e in pace ascolto la leggenda simpatica e tremenda.
Un maitre si sentiva coinvolto in una spirale aggrovigliante di fili spinati, di intrecciamenti di luci per l’albero di Natale. Un segnale giunse dalle lande sconfinate a nord di Saturno, che avvolse il maitre nell’umidità e nel calore latente di un incubo notturno. La sabbia scottava sotto i piedi dei bagnanti che dall’altra parte del mondo, felici come poppanti, sguazzavano ignari dei pericoli degli abissi marini e dei rottami dei satelliti che come spazzatura spaziale potevano cadere o non cadere perché bruciatisi al contatto con l’atmosfera. Nessuno sarebbe rimasto con il naso all’insù mentre un calamaro gigante si prendeva gioco delle minuscole dimensioni di un apparato genitale scarsamente visibile da un metro di distanza. Il maitre c’era stato dall’altra parte del mondo, cercava un passaggio per le Indie, trovò un buco nero che lo proiettò in un locale per soli fenicotteri rosa, che pasteggiavano a vongole e vov. Rimasto stupito e intenerito da un accostamento di sapori unico nel loro genere, studiò la complessa struttura societaria dei fenicotteri, la storia, i sistemi economici, lo smaltimento dei rifiuti, il rifiuto per lo smaltimento, la costituzione e soprattutto scoprì che il vov lo aveva stempiato. I fenicotteri scrutavano le pareti del locale e cercavano la verità nelle impronte lasciate dalla presenza più o meno recente dei quadri spostati e rispostati e poi nella spazzatura gettati. Il maitre trovò la sua, di verità. Pervaso da un desiderio di conoscere, sapere, capire, tentò un approccio di dialogo con una specie che, in quel mondo, in quella galassia, in quel tempo, in quel preciso frangente, era troppo superiore alla nostra. Per abitudini, stili, tecnologia, drammaturgia, senso di colpa, rapporti sociali, civilismo, igiene negli ospedali, rispetto per gli altri rispetto al rispetto che gli altri hanno per te, insomma tutto ciò che poteva procurare astio tra i fenicotteri era superato con sorrisi e strette d’ala. Il maitre si avvicinò ad uno di loro e gli chiese: “Senta….”. Improvvisamente al fenicottero gli girano come le pale di un elicottero, “Ma ma come si permette. Cosa le ho fatto di male per meritare di essere trattato come un coleottero dei monti Spitzenbjerknsiograss. Ma la perdono, e sa perché la perdono, lo consideri come un dono ma nei suoi occhi leggo che lei ha viaggiato per millenni attraversando fasi lunari, vivendo sottovento in zone di caccia dei predatori preistorici. Se vogliamo dirla tutta, preistorici per lei, per noi è acqua passata. Dunque dicevo, nel periodo dell’acqua passata e poi ha visto nascere sistemi solari, ha visto nascere soli, stelle nane spegnersi e morire sole, ha visto uomini soli, leopardi danzare valzer viennesi al capezzale di un armadillo. E’ scappato in mondi paralleli, è scomparso in universi di prima classe, è ricomparso in periodo di vendemmia. E’ tornato a casa, ma tre secoli dopo il suo tempo ed ora cerca la via più breve per andare al bar, dove l’aspettano lo sgabello, gli amici, la birra ed il barista pronto a farle credito ed un culo come la faccia di Berlusconi grandezza cartellone elettorale.”
Il maitre, sconvolto mentalmente dal tono saggio, sapiente ed un po’ confusionario del fenicottero, disse “Ma cosa ho detto di male?” Il fenicottero furbo come un gallo nel pollaio: “Non so cosa voglia dire quella parola lì, come l’avete chiamata? Mele, nela..” “le mele sono un frutto, Nela era il grande Sebino che giocava con la Roma, io ho detto male” aggiunse il maitre.
Il fenicottero lo reputò un povero mentecatto: “So cosa è una mela e non è certo un frutto, ma da dove viene? Ci torni che è meglio e non nomini Roma, per carità. Le dicevo che per noi la parola “senta” è un offesa che significa fenicottero corrotto, infido, falso, infame”.
“Non sapevo, scusi tanto” replicò il maitre, “comunque le volevo chiedere, qual’è il segreto della vostra felicità?”
“No no, non c’è nessun segreto. Semplicemente glielo dico in due parole. La specie dei coccodrilli, che popolavano la zona chiamata America, guidava il mondo: andava talmente forte che il resto del mondo si è staccato ed ora vagano sperduti nelle galassie. Noi non li ricerchiamo di sicuro. La striscia di Gaza via, fuori dai coglioni, il Medio Oriente è diventato Mediocre Oriente: abbiamo atteso che facessero tutto da soli: ora sono rimasti in due….e li abbiamo castrati. Cina e Corea minacciano di avere le armi nucleari. Puntualmente la Farnesina risponde: Cazzo ce frega.
Ma il fatto più grave e che ci ha liberato, è stata la Grande Guerra delle Ingiustizie. La rivolta è stata cruenta, da una parte le più gradi autorità del calcio, dei “senta” senza paragoni. Il loro esercito schiere di arbitri mercenari. Tutti uniti ai più grandi tiranni, Juventus, Milan, Inter e tutto il G14, un KKK dei club più importanti d’Europa. Dall’altra, c’eravamo noi, sempre sul filo del rasoio, sempre col rischio di retrocedere, sempre sull’orlo di scomparire per sempre. E noi guardavamo loro spendere soldi, indebitarsi, creare squadre di campioni avidi di denaro, e più s’indebitavano e più vincevano, e quando non ce la facevano da soli, ecco che una giacchetta nera, un orribile orco mostruoso uscito fuori dall’urna putrescente del sorteggio pilotato, fischiare o non fischiare, ammonire al primo fallo, non ammonire al decimo fallo, e prendersi gioco di quei quattro stronzi che la domenica cercano due ore di passione, nella brutta e nella cattiva sorte e alla fine la sentenza: morte.
E la rivolta si manifestò: orde di barbari divisi dai colori, uniti nella grande lotta. Sauron Carraro pilotava tutto col suo grande occhio, Saruman Galliani radunava a sé le forze del male ed ecco che arrivano i terribili Bergamo e Pairetto che con i loro tentacoli attaccano i tifosi assetati di vendetta. Il tentacolo Pellegrino sfoderava una cattiveria fuori dal comune, Bertini di Arezzo con la bava alla bocca, Messina fu decapitato in un sol colpo. All’improvviso, trovatosi in difficoltà, il “Palazzo” sfoderò le armi pesanti: ed ecco che la triade Giraudo, Bettega, Moggi fece il suo ingresso in guerra, e subito le sorti si capolsero. Le provinciali non demorsero e i cattivi cadevano sotto i colpi dei barbari inferociti: Rodomonti, L’assistente Puglisi, fino ad arrivare all’avamposto dell’infamità: “Io dopo Collina sono il più grande arbitro del mondo”. Paparesta: venne calpestato nell’indifferenza generale. Ormai la guerra era vinta, il cappio si stringeva intorno ai capi. Non ci fu pietà per nessuno: mangiati vivi. Finita la guerra, scomparso il male, scomparse le cosiddette “grandi”, i loro inutili tifosi si dispersero come topi. Le televisioni vennero incendiate. Si tornò alla condizione che se vuoi vedere la partita, vai allo stadio, venne riesumato il Grande Paolo Valenti, che tornò a condurre Novantesimo Minuto e tutte le partite tornarono a giocarsi la domenica allo stesso orario.
Semplice no?” concluse il fenicottero.
“Semplice un cazzo, ma come fate a giocare con una zampa sola?”
“Ma allora, guardi, è meglio chiudere qua la conversazione. Se ne vada, idiota.”
Il maitre, confuso, uscì dal locale e si ritrovò sospeso nello spazio e nel tempo, un battito di ciglia e venne catapultato da nessuna parte, ma aveva chiaro in mente cosa voleva fare. Voleva misurare il reale valore di esistere circondato da talmente tanto tutto, e da talmente tanto niente.
Vagò per le vie di Rovaniemi e trovò tutti negozi chiusi. Prese una slitta e cercò fortuna altrove. Tentò un atterraggio di fortuna a Plovdiv, dove venne attaccato dalle piattole. Queste piattole avevano barba di tre giorni, tipica degli intellettuali di sinistra, i quali espressero il loro pensiero con toni stalinisti e dando del fascista ad una renna che stava solo ruminando graminacee scelte accuratamente ed aromatizzate al sapor di lamiera semiarrugginita.
Ripartito con un corteo di pacifisti, arrivò non sapeva neanche lui dove. I pacifisti con cui parlava fino ad un secondo fa, erano scomparsi. Doveva, sbadatamente direi, aver oltrepassato uno stargate che, dopo essersi inceppato e poi ripartito da solo, lo sputò con sdegno nel pianeta Terra, dove correva l’anno 2004. Tanto meglio pensò, sono guarito. Entrò in una profumeria e chiese un metro. Sapete, ancora non si era rassegnato all’idea di misurare il valore dell’esistenza. La commessa, un gran pezzo di ficona se vista da lontano, una troia se vista da media distanza, un baule se vista da vicino, un uomo se visto con gli occhiali, disse: “Come lo vuole, di legno?” “Oh guardi lo gradirei in titanio rinforzato con estratti di malva” “Come desidera: il cliente, per quanto cretino, ha sempre ragione.”
Il maitre col metro uscì dal negozio e subito venne bastonato a dovere: “Che fa? Non paga? Fanno diecimila euro!”
Svenato e scotennato, il maitre col metro cercò un posto a basso costo, un po’ tosto, ma abbastanza nascosto. Lo trovò in un retrobottega di una bisca in cui si giocava d’azzardo. “Giocate forte eh?”
“Ma fatte i cazzi tui?”
Andò in bagno e cercò di capire come poteva misurarla, questa esistenza impalpabile come il velo del pezzo di carta igienica che teneva tra la mano e il didietro. Effettivamente ne approfittò per spremere qualcos’altro, oltre alle meningi. Insomma il dramma fu compiuto: tenti di misure il valore esistenziale di una vita prigioniera, senza condizionale, delle paure più tetre e scure e della felicità semplice per complicità ed affinità al tuo essere. Rimani con la mano sporca di merda ed il metro nell’altra, pagato diecimila euro ed una pestata senza precedenti, che non serve a niente: cosa puoi fare?
E sapeva cosa fare. Il maitre col metro usci dal cesso e rubò un mitra, agendo nella nebbia del locale.
In strada, il maitre col mitra e il metro, era ormai mentalmente instabile come un elefante in bilico su uno spillo. Si diresse versò il metrò, non sapeva neanche lui cosa avrebbe fatto. Salì nel metrò.
Ora, il maitre col mitra e il metro nel metrò, notò un roditore con in mano un motore rombante, sbuffante, un po’ scoppiettante, molto fumante.
Si avvicinò al roditore, che stava seduto sul sedile in marmo di Carrara, e rosicchiava qualcosa.
Gli chiese: “E’ menta ciò che addenta?” Il roditore spense il motore.
“Ma lei deve andare in giro a fare domande stupide e importunare la gente con i suoi quesiti? Che possono anche essere squisiti, non lo metto in dubbio. Ma se lei viene a disturbare la mia quiete, andando a ledere i miei spazi vitali, cercando di soddisfare la propria becera curiosità, con l’unico scopo di sprecare tre minuti del proprio tempo che per quanto ho capito è senza fine, faccia pure. Ma io non ho tre minuti di tempo da lasciare scappare via come il vento che una foglia di quercia si porta via.
Io stavo cercando di misurare il valore dell’esistenza attraverso il rombo e i giri di questo motore, ci stavo quasi riuscendo, ma lei doveva disturbarmi per un dilemma che l’universo brama da secoli di risolvere, Eh?! Stavo rosicchiando una fottuta caramella all’edera, con praline di oppio. Soddisfatto?”
Il maitre col mitra e il metro nel metrò: “Anch’io cercavo di misurare il valore dell’esistenza, con questo. Ed il roditore: “Con che? Con un metro? Con quello che costa, io almeno per questo motore ho speso un euro e cinquanta centesimi. Sai una cosa, incontrando gente come te si perde il gusto di vivere o perlomeno capisci che la tua, di esistenza, e stata miglior di quella di qualcun’altro.”
Il maitre col mitra e il metro nel metrò: “Oh, non con questo, ma con questo”, cacciò fuori il mitra e “Vuoi perdere il gusto di vivere? Accontentato.” Sparò una raffica di colpi. Il roditore rideva, i colpi gli passavano attraverso, senza scalfirlo. Anzi il roditore non era mai esistito. Il maitre col mitra e il metro nel metrò, durante la corsa deserta che portava al capolinea, di quel che aveva fatto non ebbe idea. Era impazzito, aveva ucciso il conducente. Ora anche lui sarebbe arrivato al capolinea.
Deliri, dolori, colori sonori, sapori soporiferi e giù il sipario.
Durante l’impatto capì che l’esistenza ha un valore infinitesimale e non può essere misurata.
Lo capì quando la carrozza sfondò il paraurti e proseguì la corsa oltre i soffocanti immensi spazi infiniti dell’universo inoltrato, dove tutto non è quel che è.
E si ritrovò a scrutare le pareti del locale e cercare la verità nelle impronte lasciate dalla presenza più o meno recente dei quadri spostati e rispostati e poi nella spazzatura gettati.



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