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Nuoto nell'ignoto

 
Ignaro del ligneo profumo che emana il tavolo della scrivania, il capo ondeggia pericolosamente in avanti e indietro, in avanti e indietro. Un ignominioso gnomo entra nella porta e non ricompare dall’altra parte. Ad uscire è un infante gigante che gigioneggia allegro e sbarazzino perché non sa.
Non sa che il mondo è alla deriva, abbandonato al proprio destino, labirinto nell’intestino di un mastino. Non sa che il gioco della vita è duro ed è come dare testate ad un muro.
Per te il muro fu di gommapiuma e l’esistenza ti è scivolata via su un tappeto di schiuma con tanti aggressori intorno, attaccati alla rete come incattiviti puma. E tu ridi e gridi, circondato da amici nemici avidi che di te fan come di marzo le idi. Ti ritrovi sul gradino più alto e c’è chi te lo fa fare il salto e giù dalla finestra, un piano dopo l’altro e ripensi a quand’eri scaltro e tra poco uno schianto interromperà il pianto. Pensi agli sbagli, ai tagli, ai profumi dei tigli, ai calpestati gigli, agli ignorati figli e…poltiglia sulla strada mista a fanghiglia e tutto quello che sembrava una meraviglia finisce per inchiodare sulla carta smeriglia e consumarsi fino a liquefarsi.
Sospeso in cielo, intento a schivare aerei di linea, raggiungi la zona eterea e la tua anima si ricrea finché incontri un tizio della Crimea. Questo tizio sembra avere un vizio, ha firmato un armistizio “Così, tanto per togliermi uno sfizio”, dice il tizio, con un’aria un po’ da antico egizio e un po’ da uno che sta sul precipizio. In vita il tizio, dopo qualche screzio evitò l’ospizio scappando dopo una cena d’affari che lo lasciò sazio. Allorché domandi il nome al tizio e lui ti risponde Tazio. E da dove viene Tazio? E lui ormai ne ha fatto uno slogan, un po’ come Reagan che recitava la parte da presidente o faceva il presidente con l’hobby dell’attore intraprendente. Insomma “Son Tazio di Monte Tezio e questo è mio figlio Elvezio, lui è il nonno Ezio e quello laggiù è lo zio Anzio.
Tazio in vita fu un integerrimo ed esemplare cittadino, sempre pronto a rispettare la legge e a scappare ogni qualvolta la generosità verso gli altri non ostacolasse il proprio bisogno di barricarsi in casa isolandosi dal mondo intero. Il mondo fatto di malfattori, malviventi, maldicenti e mal di denti. Fatto di tanta brava gente, pronta a strisciare come un serpente per strapparti il salvagente e farti affogare dopo che tu hai teso la mano, ritraendola, deridendo colui che è con l’acqua alla gola. Fino a quando prendono te per la gola, e allora sei tu che strisci invocando la regola mentre qualcuno ti spinge lentamente la testa verso la mola e ti s’indurisce il nodo in gola.
Salutato Tazio e tutti i parenti del Lazio e aver pagato dazio, avverti una fitta allo stomaco. Ah un altro macaco ubriaco amico di Ciriaco il coriaceo, asso del rodeo residente al Circeo: invece è un aereo che trapassa il corpo attraverso un neo. Salutati pilota e copilota, un po’ idiota ma bravo nel gioco della pelota, ti siedi in prima classe e aspetti un tantino di cordiale gentilezza dai vicini di posto, impalati sulle proprie posizioni di prestigio nel mondo grigio di una società piatta. E d’improvviso l’aereo cambia rotta facendo trasalire l’uomo con la gotta in preda ad ansia da “botta”. Al passaggio di una hostess le chiedi cosa sia tutto questo stress e lei, bella e gentile, ti risponderà che è il business. E ti darà anche uno schiaffo perché non puoi leccarti il baffo mentre le strisci su per la gonna la tua mano viscida.
L’aereo è stato dirottato, voglio dire, altro spero non ti sarai aspettato…di questi tempi. Che tempi?
Tempi di crampi e non di passeggiate nei campi, infangati come la linea di una trincea…che pessima idea…fino ad incontrare un’azalea. Straordinaria bellezza, capace di infonderti una particolare ebbrezza. Fiore non colto, lontano non di molto. Ma l’aereo dirottato và e nulla più ritornerà, nell’alto dei cieli andrà e scesi tutti, veloce ricadrà.
Là, nell’alto dei cieli, accarezzato da trasparenti veli, cerchi di sapere, cerchi di saperlo guardando cerchi bianchi sfiorarti i fianchi: stanchi, siete stanchi, tu e la persona che credevi di essere. Credevi di essere sempre nel giusto al momento giusto, senza gusto, ma con molto lustro ed educazione fittizia e non un mostro. Non essere così duro ora, non sei un mostro, ma un po’ lo avete fatto il piacere vostro, benpensando, infamando, etichettando, impacchettando. Sviscerando nel privato perversioni, deviazioni mentali, le stesse denunciate e ripudiate in pubblico. Ipocrisie, ipoglicemie, isterie, verità che scappa ovunque e ovunque non è.
La tua vita era nelle tue mani, gli altri sotto i tuoi piedi. Ora sei tu calpestato, la solitudine è l’unica compagna degna. Mangi polvere tutte le sere, tra scricchiolii dei mobili e sgocciolii del rubinetto in cucina.
Guardi te stesso nel televisore spento ed arriva il momento.
Un gran rumore ti fa stolzare, rovesci il bicchiere e fai cadere la forchetta. La raccogli e quando ti rialzi gli occhi dal televisore non togli. Sta sanguinando e tu riflesso hai il viso dell’infante gigante. Poi il televisore è completamente rosso sangue.
Qualcosa ti dice che devi fare qualcosa, tentare di riaggrapparti al mondo, ai ricordi, immaginando che ti sia comportato in maniera diversa. Vai verso lo studio, apri la porta e ti vedi seduto davanti alla scrivania, la testa ti ondeggia avanti e indietro, avanti e indietro. Ti sei sparato ed ora agonizzante scappi da te stesso, da quello che sei stato. ma ci ritorni per spegnerti assieme al tuo corpo e mentre cadi con la testa sulla scrivania vedi l’infante andarsene nella porta e dall’altra parte ricomparire lo gnomo che si dissolve nella cecità delle altre stanze.
Buio.
Il corpo senza vita è rimasto con gli occhi aperti che sembrano osservare la foto incorniciata di quand’era uomo di successo. E lui nella foto dice: “Sono circondato da vuoto e volteggio e su me stesso ruoto e finalmente nuoto nell’ignoto assieme ad angeli profumati come fiori di loto.”
E della foto rimane solo lo sfondo.



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