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Luce

 
Buia è la notte, freddo l’inverno, triste il trascorrere del tempo. Attendo con aria malinconica quel qualcosa di inaspettato che mi porti ad esplorare nuovi mondi, che elevi il mio spirito e la mia immagine di ripugnante essere minuscolo nascosto tra le foglie di un ramo di quercia.
Credevo che il mondo finisse oltre le punte estreme del ramo. Non ero soddisfatto dello stato larvale in cui mi ritrovavo. Rosicchiare foglie, strisciare sulla corteccia e niente più.
Mi avevano detto “Vedrai, ci sarà da divertirsi, potrai sfrecciare a 15 cm al secondo. E poi c’è lei, madre di tutte le bellezze, calda, senza forma, bianca”.
Sogno di scappare via da tutta questa solitudine, sogno di lasciare un segno su questa terra, un segno che non sia invisibile. E mi ritrovo, invece, a nascondermi. A nascondermi da predatori bramosi di lacerare le mie carni.
Poi si alza una leggera brezza, che muove le foglie, le quali cambiano repentinamente gli scenari della mia visuale. Visuale spinta oltre i limiti del conosciuto.
A questo punto comincio a pensare, a pensare ciò che volevo essere, cosa potevo essere. Ad immaginare cose più grandi di me, a come potrebbe essere la vita al di là del bosco.
Non si sta male qua, per intenderci. C’è solo il desiderio di trovare altre forme di vita complementari alla mia. C’è il desiderio di poter aspirare a qualcosa di diverso dal semplice strisciare, mordicchiare e starmene nascosto ad aspettare la morte.
Gira e rigira il mondo attorno a me, attorno a pensieri pericolosi, gira senza mai fermarsi. Senza aspettare un segnale di risposta dalla mia fragile anima, combattuta da mille dubbi.
Una cosa è certa: continuando così, vado solo verso una direzione possibile. Verso zone oscure, pericolose da esplorare. Zone dove la ragione non esiste, dove tutto è alterato. Mondi paralleli, fantasie, realtà, ossessioni, fobie, traumi celebrali, manie. Fino a quando incontro una porta nera, gigante, messa lì, in una parete di nebulose nere. Nebbie tetre al primo strato della superficie di un terreno paludoso. Prendo in mano il catenaccio e busso: ecco che si aprono le porte della pazzia.
Fortunatamente sono riportato alla realtà, alla triste realtà, dall’alzarsi di forte vento da ovest.
E cambia tutto. L’aria si rinfresca d’improvviso, nuvole scure si profilano all’orizzonte.
Ed è silenzio. Solo il fruscio delle folate di vento accarezzano i miei sensi. Il cielo invade l’atmosfera con un colore blu tendente all’azzurro. Chiudo gli occhi ed assaporo il profumo della terra bagnata provenente da terre lontane.
Ritorna angosciante la sensazione di essere perduto nel tempo, in attesa di fermarmi là dove nessuno è arrivato. Dove nessuno credi che non sia capace di inerpicare le vere emozioni.
E farle rimanere indelebili nel tempo, ma così sfuggenti da cercare disperatamente di riaggrapparti a loro quando ne senti il bisogno. E quando ti passano davanti e le senti impalpabili, arrivi al punto da pensare che non le abbia mai provate. Come se sia stato solo frutto della tua immaginazione.
E nient’altro.
E’ arrivato il momento di cambiare, mutare la propria vita in maniera radicale. Con in seno il desiderio di arrivare a vedere la madre di tutte le bellezze.
Nel lungo periodo che rimango intrappolato nella fase di metamorfosi fisica, avverto il cambiamento con paura, estremizzata dalla voglia di cambiamento.
La crisalide assume una forma di affascinante mistero.
Il cambiamento, però, mi lascia deluso, nero assoluto, immobilizzato in un sonno latente.
Un formicolio insistente mi inietta uno strana angoscia, un pensiero vago, velato da molti “se” e da molti “forse”. Avverto in qualche remota profondità della mia mente, dettagli di scene passate. Particolari insignificanti in contesti di vita quotidiana, ed io, ancora intrappolato in me, vengo assalito da sensazioni ed emozioni che si mescolano tra loro. Nostalgia, malinconia, tristezza, rassegnazione. Mi aggrappo al passato per paura del futuro.
E mi chiedo perché.
Perché mi è stato riservato questo ruolo? Perché non riesco ad aprirmi agli altri? Perché sono prigioniero di me stesso?
Avevano detto che sarebbe stato ben diverso, che avrei volato, che avrei volato sopra tutto, tutti estasiati dal richiamo silenzioso della linfa luminosa. Tanto bella quanto inafferrabile.
Non ce la faccio più.
Ma ecco che il formicolio aumenta. Sento che sono cambiata, sento due protuberanze sulla schiena. Sono due ali. Ma allora avevano ragione. Avevano ragione su tutto. E torna la speranza.
Ancora ricordo quel giorno; il giorno in cui cambiai aspetto per la prima volta. Ricordo che stavano cominciando a cadere alcune gocce di pioggia. La visibilità atmosferica si fece ancora più scura, poi la pioggia cominciò incessante. La temperatura si era abbassata di qualche grado; il rumore della pioggia era musica rilassante. Un fulmine rischiarò per un secondo l’atmosfera e la potenza del tuono due secondi dopo, riecheggiò per la vallata. Tutto questo mentre io mutavo, o era il mondo a mutare attorno ai miei desideri. Talmente forti da cambiare lo stato immutabile delle cose.
Il pensiero del fulmine mi fionda nel tempo presente. Quella realtà da me tanto ambita.
La convinzione di poter volare, di poter volare via da questa solitudine asfissiante, mi strappa un pianto liberatorio.
Certo, non ho la bellezza divina di quelle farfalle, che vedevo navigare di fiore in fiore negli oceani di prati colorati. Anzi, non sono nemmeno paragonabile a loro, ma poca invidia. Perché ora posso scappare via. E poi ho anch’io il mio aspetto da signora della notte.
Lo slancio verso il mondo mi fa perdere un po’ di quota, ma quando trovo la giusta stabilità, ho netta l’impressione che nessuno possa fermarmi. E volo verso qualsiasi cosa mi dia l’impulso d’innamorarmi.
Il mondo non finisce oltre le punte estreme del ramo e posso solo vagare senza meta alla ricerca dello splendore assoluto.
Incontro altri esseri della mia stessa specie. Una in particolare mi attrae inspiegabilmente e la seguo rapito dalla sua bellezza. Improvvisamente me la vedo portare via. Un rapace notturno l’ha afferrata al volo, con il becco. L’ho visto ingoiare quel corpicino indifeso. Distrutto e terrorizzato fuggo col cuore in gola.
Di compagnie ora ne ho tante e presto trovo un’altra compagna che forse il destino aveva riservato per me. Ma lo stesso destino è beffardo. Nei mille volteggi insieme, rimaniamo imbrigliati in una ragnatela. Ci divincoliamo, facendo inavvertitamente, il gioco del ragno. Lei rimane sempre più arrotolata alla tela. Il Ragno si accorge di noi e in men che non si dica ci è sopra. Peloso, con la bava alla bocca, stupendo nella sua trama omicida. Blocca la mia compagna in modo da soffocarla.Se la mangierà poi con calma, strappandole pezzetto dopo pezzetto, i brandelli di carne senza vita. Alla vista del soffocamento in atto e immaginando cosa sarebbe accaduto dopo, concentro i miei sforzi per liberarmi prima che il ragno venga a far visita pure a me. Sto per staccarmi dalla tela, accanto a me i resti di moscerini, mosche, altri esseri come me e tanti altri tipi di piccoli insetti. Finalmente riesco a fuggire proprio quando il ragno sta dando il colpo di grazia a colei che per pochi attimi ha condiviso con me gioie e dolori. Non ho le ali in buone condizioni, ma tanto basta per andarmene.
La libertà ottenuta, finora non si sta rivelando fonte di felicità, anche se forse vale la pena di correre rischi per un po’ d’amore.
Ma in mano rimangono solo ricordi, paure e pianti.
Ma non era finita. Il passaggio a questa forma di vita era avvenuto da poche ore e molte ne dovevo ancora vivere. Non sapevo più cosa pensare.
Comincio a viaggiare alla disperata, in evidente stato confusionale, fino a quando lei mi si rivela con tutta la sua bellezza indescrivibile. Un puntino lontano, giallo chiaro, avvolto da un alone offuscante. Le vado incontro alla cieca, ormai non ho altri pensieri in testa. Avevano ragione, avevano proprio ragione. Sembra che lei si avvicini a me e molto più rapidamente di quanto non faccia io nei suoi confronti. Ardo dal desiderio di entrare in lei. Poi scopro che sono due i punti, ma sempre della stessa affascinante bellezza si tratta.
Finalmente sto per vivere il sogno. Eccola, ci siamo quasi, sono rapito totalmente. Non ci vedo più da quant’è accecante. Tutto avviene in un secondo, giusto il tempo di accorgermi che la bellezza estrema della luce, celava una trappola mortale e…sono investito in pieno.
Fine.
Fine di tutto.
Una civetta che se ne stava appollaiata sul ramo di un albero, vide tutto e tra sé e sé penso: “Che stupida falena”.
Vivere tutta una vita in attesa, vivere da falena o farfalla solo per una notte e morire spiaccicato contro i fari di un’automobile.
Ha avuto nostalgia del ramo? Si è sentita tradita da quella credeva la madre di tutte le infinite stupefacenze del mondo? Ripenserà a quei pochi istanti d’intesa con altre falene?
La notte era buia e tenebrosa, il cielo coperto dalle nuvole. Da lontano fulmini si ripetevano di tanto in tanto. L’odore di terra bagnata dalla pioggia si spandeva col suo aroma fresco ed intenso. Poi qualche goccia cominciò a cadere a terra. Il temporale stava arrivando e tutta la fauna si era fatta silenziosa.
Cominciò a piovere a dirotto.
Un fulmine illuminò a giorno l’intera zona. La saetta rivelò la vera, potente, intensa, affascinante, misteriosa, infinita bellezza della luce.
Il fragoroso frastuono del tuono, arrivato circa un secondo e mezzo dopo, pone fine a questo racconto.
Buio.



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