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SUMMER JAMBOREE - Si parte

 
Percorrevo le strade deserte della città in un primo pomeriggio caldo e afoso. Erano passati tre giorni dal Ferragosto e la città vuota lasciava un sapore strano dentro di me, dentro i miei occhi, come appannati dalla visione dello strato d’atmosfera offuscato da condensazioni di polveri sottili nell’aria. Sapete, la sensazione di essere arrivati a quel punto fantascientifico in cui è avvenuta la catastrofe, sia naturale o provocata dall’uomo. Come avviene in quei film proiettati 50-55 anni avanti, in cui la guerra nucleare o il cambiamento della situazione climatologica, provocano la più grave crisi che l’uomo abbia mai conosciuto. Le città si spopolano, il fragile sistema di equilibrio mondiale immolato ad ossatura della nostra sopravvivenza, crolla come un palazzo in fase di implosione. Una situazione alla Mad Max od alla guerra delle macchine di Tarminator, per intenderci. Certo, la città è solo decimata nel numero dei suoi abitanti, ma per il resto è intatta: nessun segno di bombardamento, nessuno rogo sparso qua e là, nessun saccheggio in corso. E’ come la riproduzione modellistica fatta da un club di appassionati delle miniature, senza la presenza dei personaggi o delle auto, che in qualche maniera rendono viva la scena. Per certi versi mi ritengo in fuga pure io, visto che ho caricato la mia auto con tutto il necessario per sopravvivere in condizioni ambientali difficili.
Equipaggiamento:
1) tenda a quattro posti risalente ai primi anni’70. Prima esperienza fatta nel 1976, quando fu montata dai miei genitori in campeggio nei pressi di Senigallia, dove tra l’atro sarebbe tornata. Una tenda che sa il fatto suo, facilissima da montare. Si presenta inizialmente con un sacco contenente la tenda, un sacco dove sono infilati i pali della tenda ed un sacchetto per i picchetti, corde coi tiranti e tutto quanto occorre affinché anche un uragano, se vuole, se la porta via con tutta zolla di terra ancorata sotto di essa. Qua non si scherza, qua si vanno a mettere a dura prova le nostre capacità di uomini duri.
2) Tenda ad igloo a due posti. Di quelle che se non le monti nel breve spazio di una bevuta di caffè, sei espulso a vita da tutti i campeggi d’Italia e condannato a rimanere a 300 metri di distanza da qualsiasi campeggiatore, luogo di bivacco ed aree per picnic; inoltre si impone di non avvicinarsi a meno di 150 m dalle aree di sosta e di smaltimento dei rifiuti chimici per autocaravan.
3) Fornelletto con bombola per il gas. La bombola è di color arancione, sicura come una fabbrica abusiva di fuochi artificiali. Insieme all’inseparabile fornelletto, ne hanno cotte di pastasciutte…e di manici delle pentole.
4) Valigia rigida blu turchino con cuciture nere. Dotata di ruote e manico estraibile, ha il suo fiore all’occhiello nell’ampio spazio interno, che ne fa una tra le migliori nella propria categoria. Al suo interno sono riposti capi d’abbigliamento per tutte le stagioni. Non si è mai troppo prudenti, tant’è monotono il fatto che già si sappia che basterebbe un solo cambio ai vestiti indossati per il viaggio.
5) Sacco sportivo in stile glamour. Un sacco dove sono riposti teli da mare, ciabatte, cianfrusaglie varie, sacco a pelo, stuoino di quelli per fare esercizi ginnici. Nota di merito al telo da mare:Topolino disneyano in costume, ciabatte e bevanda alla mano;il tutto su campo bianco.
6) Zaino a spalla utile per tutte evenienze.

A proposito della tendina ad igloo, a causa sua ho vissuto una delle esperienze più terrificanti . della mia vita e di quella precedente. Era l’estate del 199nonricordoconesattezza, forse 9; partimmo 5 amici trainati da un “polmone” di Berlingo noleggiato che era appena tornato da un altro viaggio in terra iberica. Per otto notti, anzi è più opportuno dire per otto mattine, dormii in questa trappola per topi con un amico d’infanzia, che risponde al nome di Mario. Vi assicuro che una faccia come la sua è l’ultima cosa che vorreste vedere in certi momenti di crisi di sopravvivenza. Ora vi spiegherò il perché: caldo torrido alle 11 del mattino, il sole ed il suo infernale calore fanno risultare l’interno della tendina come quello di un altoforno. E ti capita che per venti minuti buoni ti giri e rigiri su te stesso, spalmandoti addosso tutto lo sporco che ti sei attirato addosso durante la notte o notte tarda o mattina prestissimo. Sudi, cominci a colare unto come fosse grasso, fino a che la calura e la mancanza d’aria ti rendono il respiro affannoso. E quando il senso di claustrofobia e di soffocamento ti bombardano il cervello con due voci, voci che non sai da dove arrivino, ma le senti lontane e vicine,una con il timbro di una ragazza dolce e sensuale e, subito dopo, l’altra di un orco bruto. Le voci si combattono il predominio per l’affermazione delle proprie imposizioni sulle mie volontà. Vogliono guidare i miei istinti, le fasi in cui prendi le decisioni immediate senza pensarci su due volte. Quella femminile mi spronava, con una delicatezza pari allo scorrere di un lenzuolo di seta sulla pelle, ad uscire fuori dalla tenda, a saltare fuori per respirare aria, ossigeno, nient’altro che il vitale ossigeno di cui tutti abbiamo bisogno. La voce orchesca, in contrapposizione netta in tutto e per tutto all’altra, mi viziava appagandomi del mio essere già sdraiato, nel non dover muovere nemmeno un muscolo. Mi proiettava la fatica solo al pensiero di alzarmi e uscire fuori dalla tenda. Diedi retta, come ipnotizzato, all’orco, ma quasi scusandomi con la ragazza, forse pensando che potesse rimanerci male. “Ma puoi dare retta ad un essere infido e falso come quel maniaco di un orco”. Pensavo “E anche tu hai ragione”. Allora mi voltai verso Mario: non lo avessi mai fatto. Le voci nella testa lasciarono a testa bassa il posto a colei che molte volte irrompe in me con la forza di un raggio di petrolio che sgorga a tutta pressione dal pozzo con la valvola tutta aperta. L’ira, la rabbia, ti sale su dal sistema nervoso, t’indurisce i muscoli, te li fa tremare tutti. Mario, incurante di tutto, dormiva come un sasso, supino. Sembrava un gigante orsacchiottone, di quelli che si vincono al luna park. Le mani sotto la testa, con i gomiti larghi, tipo apertura alare di un volatile. Ma era l’espressione del volto che non potevo digerire: disteso, rilassato, sorridente, ma proprio con le gote allargate, quasi schiacciate verso il basso per la forza di gravità. Nemmeno fossero rivestite di piombo, quelle guance gonfie. E sbuffava, sorrideva e sbuffava. E stava largo, invadeva tre quarti del pavimento della tenda. “Mario, Mario..”, ce ne voleva di tempo per svegliarlo, ma secondo me lui non si sveglia affatto, parla nel sonno, “và un po’ più in là”. “Marchì, marchì”, farfugliando e impastando la bocca. E nulla più. Ti viene il desiderio di prenderlo ripetutamente a calci, fino a che lui implora di smettere. Per calmarmi da tutto questo fervore, dal caldo, dal soffocamento, mi giro sul fianco dalla parte della parete della tenda, in cerca di piccole zone che potessero essere un tantino più fresche di quelle invase dal sole o di quelle surriscaldate dalla mia presenza. E cerco di riappisolarmi. “Almeno fossi una bella fica” pensavo. Entrai nel mondo dei sogni pure io. Pure io perché ritenevo che anche Mario stesse sognando, e dall’espressione soddisfatta, solo una fantasia erotica poteva dargli quella sagoma facciale.
Cominciai a sognare.
“Quando cambi le lampadine delle lampade alogene, stai attento a non prenderle con le mani” irrompe la mamma nel mio studio. “E con che le prendo, con le scapole?” “Spiritoso, se mi fai finire, ti stavo dicendo che il grasso della pelle, le fa durare di meno. Allora le devi prendere con un panno e svitarle.” “Mamma, ma mi dici che cosa me ne frega a me?” “E questa che è?” e prende una mappa ripiegata su stessa, posata sopra il mobile alla mia sinistra.” “Ma che ne so.” “Ah, è Perugia città”, “Ma certo che è Perugia città, mamma”. E se ne andò in cucina. Stavo scrivendo al computer, non so nemmeno cosa, ed erano necessarie privacy e tranquillità. Ma puntualmente “Marcooo, vieni un attimo in cucina”. “Oh mà, porca miseria..” andavo in cucina imprecando..”Non mi puoi chiamare ogni tre sec”…stavo entrando in cucina e rimasi muto e senza parole. Mia madre stava incelofanando tranci di carne umana accuratamente tagliata, e mi disse: “Porti questa carne nel congelatore, per favore?” Attonito, vidi la faccia di Mario avvolta da quattro strati di cellofan. Accanto c’erano i piedi ed aveva lo stesso fottuto sorriso. Mia madre diede un forte colpo di mannaia per spezzare una parte di cadavere ancora da incartare e lì mi svegliai di colpo.
Diedi, roteando il braccio destro verso l’esterno, una botta tremenda alla valigia di Mario. Ma la sua, non era una valigia normale, era dura, di plastica veramente dura, con la combinazione. Non vi ho detto che del quarto di spazio rimanente, una metà ne occupava proprio la valigia a prova d’urto e di ladro. Di scatto, col dolore al gomito, mi alzai ed uscii dalla tenda, con Mario che bofonchiava tra i denti, come se l’avessi disturbato eccessivamente. Respirare aria pura mi fece stare meglio.
Mi balenò questa scena durante il tragitto che separava casa mia da quella di Mario.
Giunto a destinazione e fermata l’auto, mi rilassai aspettandolo, ben sapendo che avrei atteso molto tempo. Quando lo vidi comparire sotto l’Arco Etrusco, mi fece proprio una brutta impressione: perduto, spaesato. Portava con sé solo un sacco da sport, blu e rosso, che avevo riconosciuto subito. Penna Ricci c’era scritto. Scommetto che dentro c’era poco o niente, più niente che poco. Una volta, questa e doveroso raccontarla, comperò un paio di scarpe da calcetto color oro, e si comportava come se queste scarpe fossero magiche, come se amplificassero la tecnica e la potenza dei suoi piedi. Più che magiche, ci volevano miracolose. E nel pavoneggiarsi, faceva proclami sulla partita di campionato che avremmo disputato il giorno dopo. Ed il giorno dopo, io ed altri amici, ci stavamo cambiando nello spogliatoio, quando vediamo entrare, due persone e tre sacchi. Le due persone erano Alessandro e Jacopo; i tre sacchi erano, due di proprietà delle persone citate, il terzo di Mario. Venimmo a sapere che Mario forse veniva, forse non veniva e mandò ugualmente il sacco. Erano veramente magiche quelle scarpe: loro si che vennero. Di Mario, quella sera non si ebbe notizia, alla faccia dei proclami, umiliato dalle scarpe e dal sacco.
Non vi sto a dire il ritardo con cui arrivammo al secondo appuntamento, con gli altri amici che per nome ed in rigoroso ordine alfabetico erano: Aimone, Bernardo, Ilaria e Jacopo. Classiche polemiche per l’ora e mezzo di ritardo, suddivisione dei bagagli e resoconto della roba d’uso comune che ognuno doveva portare via. All’appello mancavano solo le due o tre pentole per cucinare. Chi non le prese? Mario. Non si limitò a non prenderle, ma assicurò, previa conversazione telefonica, che le avrebbe portate lui. Sapeva bene che non poteva portarle o se ne rese conto dopo? Non poteva portarle perché non le aveva o non le aveva delle giuste dimensioni? O più semplicemente perché il coinquilino Paolo, avrebbe cucinato sui secchi per lavare i panni? Credo entrambe le cose. Si va a casa di Bernardo a prendere le pentole e si torna al luogo dell’appuntamento.
Finalmente partimmo.
Ma per sedare la fame di Aimone, il più piccolo di tutti, fratello di Bernardo, ci fermammo dopo solo ottocento metri. Entrammo in un bar ed anche lì tempo perso.
Finalmente partimmo sul serio. Due auto, sei vacanzieri divisi non tre per macchina, ma quattro su quella di Bernardo e due nella mia. Partimmo e già ci perdemmo di vista l’un con l’altro. A questo punto il proposito era di ritrovarci a destinazione. Ognuno per la sua strada.
Mare stiamo arrivando.



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