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Lo spaventapasseri

 
Ai margini di un campo di grano arrivai dopo un lungo peregrinare fra ricerche bizzarre di luoghi mai scoperti dall’uomo e calcoli astronomici per stabilire l’esatta percentuale di cacao grezzo di una stecca di cioccolato trovata in un tombino nel Queens.

Vidi la stecca di cioccolata scartata, incastrata fra le sbarre di ghisa del tombino; mi abbassai nel tentativo di raccoglierla e di fianco vidi due occhi rossi prendere fuoco nel buio della profondità del tombino. Si dissolsero come cenere ed io, con la stecca già in bocca, mi voltai per andarmene. Alzai lo sguardo al cielo, dopo aver udito un grosso rumore, e vidi un aereo piombare a folle velocità addosso ad un gigantesco grattacielo. Vidi uomini e donne impazziti, gente che correva ovunque in preda al panico. Non avevo mai visto l’uomo così terrorizzato ed un macello talmente assurdo ed infernale. Presi a correre anch’io mentre le strade erano bloccate dalle auto, mentre suonavano all’impazzata i clacson e le sirene giungevano da ogni parte.
Ne vidi un altro di quei cosi volanti, fiondarsi sull’altro grattacielo. Correvo, correvo fino a quando stramazzai al suolo, spossato e distrutto.
Quando mi ripresi una nube di polvere aveva avvolto tutto, l’aria era irrespirabile e non si vedeva nulla. Udivo rumori ovattati, ma non riuscivo a vedere alcuna forma di vita.
Camminai non so nemmeno dove, ma dopo ore la nube cominciò ad affievolirsi. Mi resi conto che era tutto distrutto ed invecchiato. Era come quelle fabbriche abbandonate dove andavo in cerca di cibo.
Alla fine l’uomo ce l’aveva fatta, aveva distrutto se stesso e quel che era stato lo si leggeva guardandoti intorno. Ed io? Perché? Ero rimasto solo io? Oramai avevo incontrato solo ricordi di vita ed avevo percorso già una cinquantina di chilometri con la stecca di cioccolata in bocca.
Vagai e vagai ancora per molti giorni. Il sospetto di essere rimasto solo sulla faccia della Terra prese la via della quasi certezza.
Mangiai un pezzo di cioccolata e di nuovo vidi gli occhi rossi illuminarsi, questa volta nel buio di una stalla di una fattoria verso la quale mi ero avvicinato. Ne fui attratto, mi diressi nei pressi dell’entrata della stalla. Entrai…
…Mi persi definitavemente. Nuotavo nel mare di fieno, nuotavo in cerca di qualcosa di tangibile, in cerca di un punto di appiglio. Ne venni a galla. Stavo galleggiando in un immenso, sconfinato oceano di fieno, un oceano giallo. Ero sconsolato: il mare di fieno giallo a perdita d’occhio e sopra la testa avevo un cielo azzurro, un cielo increspato. Sembrava di avere il mare sopra la testa. Il mare era sopra la mia testa. Un pesce guizzò fuori dal cielo e si rituffo tra i flutti del cielo stesso. Cielo, mare, vita, morte: in fondo con la foschia dell’orizzonte, non si riusciva mai a distinguere la linea di demarcazione tra la fine del mare e l’inizio del cielo. Quando mi mettevo ad osservare perdutamente dalla scogliera tutto l’infinito blu di un amalgama quasi omogeneo, un blu freddo, ipnotizzante, la mente si perdeva tra pensieri mitologici, tra pensieri sessuali e voglie di tenerezza. Passavano le ore ed ecco che ti accorgevi del sole che a vista d’occhio andava ad inzupparsi nel mare là dove il mio sguardo si era perso. I colori sul rosa molto scuro, quasi fucsia. Lingue di fuoco si proiettavano verso me. Il semicerchio che era rimasto del sole rosso rosso andava scomparendo, ma il fuoco in cielo ancora non si placava. Rimanevo immerso nei ricordi personali di occhiate ammiccanti, di amori folli, di abbuffate di avanzi di pollo.
Garbugli di sentimenti persi nel nulla, non raccolti da nessuno, amori non corrisposti, ambizioni di intercettare la frequenza giusta. La frequenza sulla quale viaggia il battito del cuore di fiori di immacolata bellezza. Fiori che non puoi raccogliere, pur volendoci provare con tutta la forza contrastata dall’indifferenza dei petali, voltati dalla parte opposta. Fiori che aspettano di essere raccolti da altre mani. Fiori che vengono calpestati e muoiono davanti allo sguardo in lacrime di chi avrebbe avuto cura dello splendore di colori sconvolgenti e profumi inebrianti. Saggiando il polline come api che scompaiono nel grembo della vita. Là sulla scogliera, la notte era calata, le stelle erano alte in cielo e il vento soffiava verso l’entroterra.
Un boato, il fischio di una nave. Il pesce aveva bucato il mare alto sul cielo e si poteva vedere al di là. Ma cosa si vedeva? Nulla, solo un enorme tappo di sughero che era venuto a chiudere il buco. Poi di nuovo il fischio storditore della nave. Mi volto, io, a galla su un oceano di fieno, col mare al posto del cielo e un gigante tappo di sughero ed evitare dispersioni di aria. Una nave di carta veniva verso me. Una nave di carta come quelle che l’uomo faceva da bambino, come quelle che vedevo in testa ai muratori. Sul fianco riportava una scritta. “Occhio Vitreo”. La nave passò al mio fianco. La osservai prendendo un altro mosco della stecca di cioccolata. Transitata la nave, rividi gli occhi infuocati, grandi, parevano alla stessa distanza che c’è dalla luna. Gli occhi stavolta non svanirono, ma presero le sembianze di occhi di bambino e pian piano si poteva vedeva tutto il viso. Il volto gli rivelò presto l’espressione di stupore, forse nel vedermi. Il mondo nel quale mi ero calato, subì uno scossone. Tutto precipitò, l’oceano di fieno, il cielo di mare, la nave di carta, io. Pensai di cadere in eterno verso terra, tant’era lontana. Poi, invece, andai a fermarmi, a sbattere apparentemente su niente. Avevo incocciato contro l’orizzonte di quel minuscolo mondo, contro il vetro di una bottiglia, sulla quale ero finito chissà come. Chiuso in una bottiglia per velieri da esposizione. E stavo come dentro una lavatrice in centrifuga.
La bottiglia toccò terra e si frantumò in mille pezzi. Il mare che era il cielo mi trascinò in un buco sul pavimento di legno.
A questo punto, pensai, c’era solo una cosa da fare mangiare l’ultimo pezzo di cioccolata. Anzi ne lasciai appena un pezzettino per studiare poi il perché delle doti magiche del cacao di cui era composta. Di nuovo gli occhi rossi. Sbattevano le palpebre ed una di queste volte aprirono il passaggio da oltrepassare.
Mi ritrovai ai margini di un campo di grano. Avevo attraversato terre nuove, trasportato dalla vista di due occhi magici ed una stecca di cioccolato. Volevo esplorare nuove terre, capire la magia di quel cioccolato, di cui ne era rimasto solo un piccolo pezzettino.

Ai margini di un campo di grano arrivai dopo un lungo peregrinare fra ricerche bizzarre di luoghi mai scoperti dall’uomo e calcoli astronomici per stabilire l’esatta percentuale di cacao grezzo di una stecca di cioccolato trovata in un tombino nel Queens.
C’ero arrivato dopo l’estinzione dell’uomo. Ma vidi in mezzo al campo una figura somigliante ad un uomo: era un uomo. Pensai che l’incubo fosse finito. Ero tornato alla realtà e tutto non era successo. Era tutto come prima. Corsi incontro a quell’uomo. Mi struffai sulle sue gambe, affettuosamente. Ma lui non si muoveva, continuava a guardare dritto, col suo cappello sgualcito e le braccia larghe. Dubitai subito che tutto fosse tornato alla normalità e me ne accertai constatando l’esistenza del pezzettino di cioccolata. C’era. Lo mangiai.
Gli occhi dell’uomo si illuminarono. Egli si girò verso di me. “L’uomo è stato il male di se stesso”, disse. “L’odio lo ha fatto sparire dalla faccia della terra. Eppure bastava l’amore tra uomo e donna, l’amore per un bambino. Invece scelsero un’altra strada ed ora lasciano il ricordo di stessi con le opere da loro erette. Come me: uno spaventapasseri, fatto a immagine e somiglianza di un umano, fortunatamente senza un cuore per odiare, purtroppo senza un cuore per amare.”…Lo spaventapasseri si abbassò per accarezzarmi…”Quella stecca di cioccolata era stata messa lì affinché un uomo la trovasse e ripartisse da zero. Una nuova era per il genere umano.”….”L’hai trovata tu, ora non so cosa succederà. Ci sarebbe stata una donna in giro per il mondo, salvata allo stesso modo, con una stecca di cioccolata. Qualcosa è andato storto, chissà cosa ci riserverà il futuro”.
Lo spaventapasseri si chinò ancora su di me per accarezzarmi, “Non temere piccolino, non temere”. Poi si rimise in posizione “a braccia larghe” e non parlò e non si mosse mai più. Fino a….

…Rimasi fino in punto di morte ai piedi di quello spaventapasseri, scodinzolando ed adorandolo per anni e anni e anni. Successe che il mio amore per lui lo stava trasformando in un uomo. Dall’amore di un cane per uno spaventapasseri, ne venne fuori un uomo. Morii mentre quell’uomo mi accarezzava la testa.
L’uomo poi partì in cerca della donna, che cercava lui, come in fondo avviene, è avvenuto e avverrà ancora. L’uomo ha sempre cercato la propria metà in mezzo a miliardi di persone.
Un cane e uno spaventapasseri alle radici del nuovo genere umano. Forse un vero uomo non avrebbe saputo fare di meglio. Il destino era stato disegnato proprio così.


















































Povero cane, se solo avesse saputo che aveva mangiato cioccolata avariata, ed era stato così male anche per aver visto reali scene di odio fra uomini, come avvenne in quel giorno di settembre e aver respirato polveri velenosissime, non sarebbe morto ai piedi di uno spaventapasseri.
Allucinazioni di un cane che ha amato fino alla morte e fino a vederlo umano, un solo e semplice spaventapasseri.

Allucinazioni? O no?
Allora perché quegli uomini laggiù perdono paglia da sotto i vestiti?
Ahahahah…aaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhh.

FINE.



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