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La Matrioska Etruska

 
Il manoscritto
Siamo a Roncobilaccio. Mario, spinto da una forza a lui sconosciuta, corre ormai da 15 ore in direzione Perugia. Tiene quasi l’andatura di un’automobile: segni di stanchezza nemmeno l’ombra.
Da lontano alle spalle di Mario, si avvicinava a velocità supersonica una enorme nuvola di polvere.
In men che non si dica lo superò e già era scomparso all’orizzonte davanti a sé: ma chi era mai costui? Di lì a poco lo si sarebbe capito: infatti arrivato a Perugia, la mutazione di Bernardo prese il definitivo sopravvento. Se prima era solo fisica, ora lo coinvolgeva in maniera totale. E divenne una bestia nel senso letterale della parola: una bestia, abominevole primitiva bestia. Un’incrocio a Perugia con le auto impazzite che uscivano di strada era il preambolo della scia di sangue che Bernardo si sarebbe portato dietro. E il povero Alessandro Bagagli fu così la prima vittima di “YellowRatBernie”.
Ma il destino non ha mai un disegno ben preciso, fino a che qualcuno un giorno arriverà spiegando il contrario e vincendo un giorno il Nobel per le stronzate atomiche. Il destino è come arriva, ma nella sua casualità. Mirò dritto al centro della nostra storiella. Infatti Mario, dopo essere stato superato da quella specie di Road Runner, proseguì la corsa indisturbato, fino a quando inciampò in una pietra e rovinò a terra.
Interviene Paulie: “Mario, possibile che non se bono manco a corre”.
Mario: “Ma chi cazzo ha parlato” e si voltò indietro. Non c’era nessuno.
Una terza voce si unì alle altre, quella del Tigno: “Mario ma dove guardi, siamo dentro di te, e non chiedermi come ci siamo finiti, che schifo. Ah, e c’è anche lo Jap, ma quando sei caduto s’è preso una gomitata nei coglioni e ora non parla”.
Mario: “Ma com’è possibile? Benett’Iddio”.
Paulie: A dire il vero il Tignaccio è dentro lo Jap, che è dentro di me, che sono dentro di te, e questa cosa mi fa molta paura”.
Tigno: Ta te fa paura? Io manco respiro. Ma davvero Mario credevi che eri diventato così forte tutto d’en botto da solo?
Paulie: “Però sta cosa sarebbe da sfruttà, eh!?”.
Poi videro luccicare qualcosa a terra, la stessa cosa su cui erano inciampati. Mario si avvicinò la tirò fuori dalla terra e noto che era una tavola di pietra con sopra inciso un testo. Sparpagliati c’erano anche frammenti incastonati di quarzo, che riluccicava alla luce del sole.
Sul manoscritto vi era inciso il seguente testo:
“Perché ogni volta che costruisco un castello di un pezzo della mia vita, ho la sensazione che sia fatto di carta e tremo per la fragilità che reca in se? Un nodo in gola, un mattone sullo stomaco per l’illusione di quel che sembrava e quel poteva essere se solo una leggera brezza non avesse abbattuto tutte le speranze ed i sogni sui quali si inerpicava l’imponente ma debole costruzione. Lo sterno schiacciato da una forza invisibile, costante. Diventano impossibili i contatti col mondo esterno. Un cerchio immaginario si allarga, partendo dalla mia testa pulsante di ricordi e immagini strappate dal tempo. Si allarga il cerchio intorno a me, portando via le certezze di un mondo che di certezze non ne ha. Portando via la sicurezza del significato di certi gesti. Portandosi dietro problemi, proclami, reclame, catrame, cemento, quel treno lento, il fiume affetto da inquinamento, i tribunali d’inquisizione, le auto, il passeggiatore cauto, i pirati della strada e le strade stesse. E ancora avvenimenti, donne avvenenti, gonne aderenti, uomini ardenti, ori e argenti, mori e bionde, camini e gronde, i tetti dei centri storici, fatti storici, falsi storici, reperti storici, riporti al vento, grida di dolore incanalate nelle correnti d’aria. E con esse la ricchezza di pochi, la coerenza di pochi, la sofferenza dei poveri, la povertà dei ricchi, la goliardia dei buontemponi, il buongiorno della mattina, l’Ave Maria della sera.
Come una chimera inseguita con bramosia, vengono spazzati via i frutti della gelosia, gli studi sulla geodesia, la musica di una poesia, la poesia di un mazzo di fiori, gli inquilini sbattuti fuori, gli affittuari di un tetto che scotta, gli irriducibili della lotta e i profitti della guerra. Mentre il cerchio si allarga, si scoloriscono le immagini, si incupiscono i cieli, si spegnono le luci, si affievoliscono i rumori, aumentano i ronzii, si fa assordante lo scandire del tempo e l’orizzonte ovunque è una linea rossa immaginabile in qualsiasi forma. Visto da me, appare come un cerchio che mi gira intorno, lo stesso cerchio propagatosi dalla mia mente, bloccata su assurde malinconie e malattie.
E se l’orizzonte collassa dall’altra parte del mondo? E’ l’ultimo dei miei pensieri. Perché neanche il deserto attorno a me è più desolato di quello dentro di me. E io sono la stessa figura cresciuta nel deserto, la stessa che vedo dentro di me, e quella dentro di me ne vede un’altra ancora. E quella vista da quella dentro di me, ne vede un’altra e un’altra ancora, e ancora e ancora e ancora e per sempre. Infiniti quadri di me sullo sfondo o dentro il deserto cupo, freddo, desolato e silenzioso. Esisterà pure l’inizio di tutto questo, l’”immagine zero” della matrioska, delle dimensioni dei quasar e dei quark, ancora più piccoli degli atomi.
Nel buio infinito posso credere di osservarli, di vederli lontani migliaia di miliardi di miliardi di anni luce, fino ai confini dell’universo. Tornare indietro nel tempo per capire l’origine del Tutto o per impazzire nel tentativo di capirla, bombardato da verita, concetti e visioni più grandi di me. Come un elastico, vengo tirato all’indietro rispetto alle proiezioni fino a cui mi ero spinto. Fulmineo ritorno al me medesimo: ho osservato solo percezioni di immagini sfuggenti, civiltà aliene, mondi come il nostro, ma che come il nostro non sono, mondi con la stessa nostra storia. Mondi che si sono evoluti in maniera diversa solo per l’impercettibile spostamento diverso di una gocciolina di vapore, mondi cubici, mondi iperbolici, mondi allo stremo delle forze, mondi come doveva essere il nostro. Ma su tutto questo viaggio mentale, lo stesso senso soffocante di un pensiero fisso, non ossessivo, ma talmente importante da occupare il cento per cento dalla testa ai piedi. Non posso fare a meno di essere triste per una nuvola di passaggio che annuncia la fine del mondo, del mio mondo. Stare lì fermo non risolverà i miei problemi, scappare aumenterebbe i dubbi. E si va avanti così, tra sensazioni positive, sentori di malessere e assenza di gravità interiore, e mi vedo scappare via tutto ciò su cui avevo investito cuore, fiducia e tutto me stesso, con la buona volontà e i limiti umani compresi nel prezzo. Lei sempre irrangiungibile, a volte più vicina ed invece la vedo scomparire dallo scacchiere del mio campo visivo.
Ripiombato su me stesso per l’effetto elastico, sento tremare la terra sotto i piedi, fatti di argilla e cominciatisi a sgretolare. Il cerchio partito dalla mia testa era veramente collassato dall’altra parte del mondo e dal punto in cui il quadro di me stesso ripetuto infinitesime volte, incrocia la superficie terrestre, la stessa inizia a creparsi, a spaccarsi. Il varco si allarga e si forma una spirale che risucchia vorticosamente il deserto. Non sono esente dall’attrazione del vortice, e mi perdo così inghiottito dall’apocalisse del mondo. Quando il mondo sembra veramente finito e con esso tutto ciò che l’uomo ha patito, che ha sofferto, che ha scoperto, che ha distrutto, che ha amato, rivedo lei all’improvviso e non c’è nemmeno bisogno di rincorrerla, tant’è vero che è lei ad aspettare me. Avvolti dal buio denso, proprio palpabile, ci facciamo strada come sotto un tendone sgonfio d’aria. Quando riusciamo alla luce del sole, tutto è tornato come prima. Eravamo usciti dal castello, il senso di insicurezza ed il peso che gravava sulle mie paure, emozioni, sentimenti, lasciarono spazio alla serenità trovata.
Non la vidi più vicino a me, ma potevo ora riflettere senza la tristezza che attanagliava il mio cuore.
Cominciai a camminare, ma il dubbio su quel che è stato, su quel che invece è, su quel poteva essere e su quel che io volevo che doveva essere o che desideravo che doveva essere in quel modo, tornò lentamente ad assillarmi.
Insicurezze, debolezze, speranze, sicurezze, paure, certezze, angoscie…tutto per credere in una storia che è lì, che c’è, non c’è, che ancora non è cominciata e che forse non comincerà mai o che forse vedrà il mondo dalla finestra di un castello fatto di persone, con muri spessi come la certezza della vita e della morte.”
Mario, Paulie, Jap, Tigno all’unisono: “Ma che cazzo c’entra? Ma che cazzo c’entra?”
Paulie: Però la storia della matrioska c’entra e come.”
Tigno: “Ma che? Non c’entra un cazzo, e poi solo perché noi siamo una matrioska….però la pulce nell’orecchio me ce sta entra, eh sì”.
Jap: “Ci sono: noi siamo la Matrioska Etruska”
Mario: “Bella Jap”
Tigno: “E che dovremmo fare, salvare i gatti dagli alberi? Per poi vederli attraversare la strada ed essere schiacciati da un tir?
Paulie: “Intanto torniamo a Perugia a facce na birra, poi si vedrà”.
Il Tigno pensava: ‘ma ce ne faremo una per uno, o una solo, o una da un litro o….’
E il viaggio della Matrioska Etruska proseguì verso Perugia.

Riconosciuto il manoscritto? No? Pazienza. Ma non perdetevi la prossima ed ultima puntata, La Matrioska Etruska vs YellowRatBernie.

Tifosi di Mario.
Sono ancora con i poliziotti allo stabilimento della Bayer…e si stanno chiedendo dove siano finiti Paulie, il Tigno e lo Jap.

Anno 2051.
Stoccolma.
"Il premio Nobel per le Stronzate Atomiche va ad Alessandro Borri, per aver dimostrato che il destino ha un disegno ben preciso a cui noi siamo tutti assoggettati...."



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